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Calcio, Serie A in rosso. Ma non ovunque: l’esempio di Juve, Catania e Udinese

Seconda puntata della nostra inchiesta sui club della massima Serie. Bilanci in ordine, stadio di proprietà, centro sportivo in cui far crescere i talenti di casa, scouting in tutti gli angoli del pallone mondiale: tornesi, friulani ed etnei rappresentano tre diversi modelli da seguire per far uscire il sistema italiano da una crisi senza precedenti

Nella prima parte dell’inchiesta sui bilanci delle società italiane abbiamo analizzato i problemi del nostro calcio, che emergono ancor di più nell’impietoso confronto con i campionati esteri. L’Italia, però, non è solo spese folli e buchi in bilancio: ci sono anche realtà virtuose (come Lazio e Napoli) e altre che hanno cominciato ad invertire la tendenza (come il Milan). Ne abbiamo scelte tre – di fasce diverse – che negli ultimi tempi stanno dimostrando di poter applicare al calcio dei modelli sostenibili di gestione societaria: una grande squadra, la Juventus; una media, l’Udinese; una cosiddetta ‘piccola’, il Catania.

Il progetto Catania: anche al Sud si può fare calcio con i bilanci in ordine
Il Catania presenta un bilancio invidiabile, chiuso negli ultimi sei anni sempre in attivo: merito di un monte stipendi tenuto sotto controllo (meno del 50% del fatturato) e della straordinaria capacità di andare a pescare giocatori semisconosciuti e trasformarli in uomini mercato. “La ricetta del nostro successo – spiega il presidente Antonino Pulvirenti a ilfattoquotidiano.it – sono il lavoro e la coerenza. Non ci siamo mai fatti prendere da facili illusioni, abbiamo tenuto la barra dritta sugli obiettivi che ci eravamo posti sin dal mio arrivo a Catania: conquistare la Serie A e rimanerci, tenere i conti in ordine, costruire il centro sportivo. E quando la società funziona i risultati si vedono anche in campo”.

Il fiore all’occhiello del progetto Catania è il centro sportivo di Torre del Grifo. E’ costato 60 milioni di euro, di cui 30 finanziati dal Credito Sportivo e 30 a carico della società: sono stati pagati con gli utili prodotti e in parte con un aumento di capitale. “Meglio una struttura che resta negli anni di un giocatore che ti dà effetto sulla piazza ma ha un valore effimero” dice convinto Pulvirenti. Su questo impianto il Catania vuole costruire il suo futuro: “Attraverso il centro sportivo possiamo migliorare le prestazione di tutta la filiera societaria. E puntiamo a diventare un punto di riferimento per il movimento calcistico della Sicilia e del Sud Italia”, afferma Pulvirenti. Dopo aver fatto fortuna con lo scouting in Argentina, l’obiettivo è crescere in casa i prossimi campioni, come spiega il presidente: “In passato è capitato spesso che i migliori talenti della nostra terra fossero costretti a emigrare al nord o addirittura all’estero. Adesso, con una struttura e uno staff tecnico così all’avanguardia, potranno scegliere di restare e crescere serenamente a casa. Nei prossimi anni un numero sempre maggiore di giocatori sarà in grado di passare dalla Primavera alla prima squadra, e giocare in Serie A”. Il che significherebbe abbattere ulteriormente i costi di produzione e aumentare il valore della rosa. “Questa è l’idea di calcio che abbiamo in mente. Il cerchio si chiuderà quando avremo anche uno stadio di proprietà”, conclude Pulvirenti.

Il modello Udinese: se il segreto del successo è lo scouting di talenti in tutto il mondo
Non è troppo diversa la storia dell’Udinese. Altra società dal bilancio impeccabile: quattro esercizi in attivo in cinque anni, nel 2012 un utile di quasi 9 milioni di euro, per il 2013 le previsioni sono ancor più rosee. Ma, ciò che più importa ai tifosi, tre qualificazioni consecutive in Europa. Il segreto, facile a dirsi, sono le plusvalenze milionarie. “Ma dietro queste plusvalenze c’è un lavoro enorme di dirigenti, osservatori, tecnici, che scoprono talenti sconosciuti in ogni parte del mondo e fanno sì che possano arrivare a Udine, crescere serenamente e diventare dei campioni”, puntualizza Alberto Rigotto, direttore amministrativo dell’Udinese.

L’elenco è lungo: da Sanchez, finito al Barcellona per quasi 40 milioni, ai vari Inler, Asamoah, Handanovic. Lo scouting dell’Udinese è probabilmente uno dei migliori al mondo. “Lavoriamo su due dimensioni – piega al fattoquotidiano.it Rigotto – Sfruttiamo una grande rete di relazioni con agenti di tutto il mondo, che ci siamo costruiti nel corso degli anni grazie alla nostra serietà; e abbiamo un parco osservatori di almeno un centinaio di persone, tra dipendenti diretti e indiretti”. Ogni anno vengono visionati centinaia di migliaia di filmati, e viste dal vivo migliaia di partita. Un lavoro che costa fatica, ma anche denaro: nello scouting il club investe una cifra che oscilla a seconda delle annate, ma consta sempre di alcuni milioni di euro. L’ultima parola su ogni giocatore spetta a Gino Pozzo, figlio del patron Giampaolo. “Che ci piglia sempre”, commenta Rigotto, quasi con stupore.

L’Udinese, però, non vive solo di calciomercato: “C’è anche una gestione operativa molto precisa: ogni anno partiamo da un obiettivo di pareggio di bilancio, al netto delle plusvalenze”. Lo dicono i numeri: il fatturato netto nel 2012 ha toccato quota 63,5 milioni, gli ingaggi si fermano a 31,7. I guadagni del calciomercato, invece, vengono reinvestiti: “Perché per garantirsi il cartellino di decine di talenti da trasformare in campioni, per quanto siano giovani e possano costare poco, ci vogliono soldi”. Il resto lo fanno un ambiente sereno e un quadro tecnico sapiente, guidato da un grande maestro di calcio come GuidolinL’Udinese è un meccanismo ormai consolidato, ma ulteriormente perfettibile: “Il nostro prossimo obiettivo è aumentare i ricavi, diversificando le entrate”, conclude Rigotto. Anche qui per un ulteriore salto di qualità si punta sullo stadio. E il progetto è già in fase avanzata: i lavori di ristrutturazione sono cominciati il mese scorso, presto il Friuli diventerà il secondo stadio di proprietà in Serie A.

Juventus: le vittorie sul campo nascono dal piano industriale che si è dato la società
Sia Catania che Udinese guardano allo stadio di proprietà come chiave di volta per il futuro. Ne ha già uno, invece, la Juventus, che proprio ad esso deve parte delle sue recenti fortune. La rinascita della Juve ha origine esattamente due anni fa di questi tempi, come racconta al fattoquotidiano.it Aldo Mazzia, amministratore delegato della Juventus: “Nel 2011 chiudevamo il peggior bilancio della storia del club (95 milioni di passivo, nda), al termine di due stagioni a dir poco catastrofiche dal punto di vista sportivo, con due settimi posti. Ci voleva una svolta. Abbiamo redatto un vero e proprio piano industriale, che prevedeva il rilancio della prima squadra e del settore giovanile, e l’utilizzo del nuovo stadio”. Non tutte le ciambelle riescono col buco, quella della Juventus sì: in due anni sono arrivati due scudetti, firmati dalla mano di Antonio Conte. Ma anche il bilancio ha segnato una clamorosa inversione di tendenza: nel 2012 il passivo si è dimezzato a 48 milioni, il 2013 si chiuderà ancora in rosso ma solo di pochi milioni. Un risultato ancor più degno di nota perché conseguito senza sacrifici sul mercato (come hanno fatto altre big italiane), ma accrescendo il fatturato.

E qui entra in gioco lo stadio. L’impianto di proprietà ha più che triplicato i ricavi da gara, passati dagli 11 milioni del 2011 ai 38 del 2013. Senza dimenticare il clima di identificazione totale fra squadra e tifosi che si è creato nella nuova struttura, e che ha permesso alla Juventus di migliorare il proprio rendimento nelle partite casalinghe. Nei successi della Juve lo stadio ha avuto un ruolo importante. E nel calcio le vittorie portano soldi: solo dalla Champions League sono arrivati circa 50 milioni, e sono aumentati anche i ricavi da diritti tv (per la parte legata ai risultati) e da sponsor.

Per il futuro la Juventus pensa ancora più in grande. La settimana scorsa è stato firmato il contratto con il Comune di Torino (cui andranno 11,7 milioni) per la concessione dell’area della Continassa per i prossimi 99 anni. Entro giugno 2015 nascerà la Cittadella della Juventus, per un investimento di circa 200 milioni (170 milioni da parte di investitori terzi, già individuati). Oltre alla sede sociale e a un centro di allenamento (questi a carico della Juventus), sorgeranno anche un Media center, una piccola area residenziale, un cinema multisala, un albergo a quattro stelle e un concept-store. In queste ultime due strutture la Juventus dovrebbe mantenere una quota di minoranza, “proprio nell’ottica di diversificare le entrate del club”, commenta Mazzia. Che aggiunge. “Abbiamo anche cominciato ad investire in maniera pesante sul settore giovanile, circa 10 milioni di euro l’anno: fra qualche stagione speriamo di vedere risultati importanti pure su questo fronte”.

La prossima sfida sarà eliminare il segno meno dai conti della società: “Potremmo raggiungere il pareggio di bilancio già nel 2014, sarebbe un grande risultato”, rivela l’amministratore delegato. Poi si punterà ad accrescere ulteriormente i ricavi: significherebbe avere più soldi da spendere sul mercato e per gli ingaggi. “Nel piano industriale, che scade nel 2016, ci siamo posti degli obiettivi di crescita. Nel 2014 non dovrebbe esserci un aumento significativo, stante anche la situazione generale dell’economia italiana. Ma negli anni a venire contiamo di incrementare il fatturato con politiche commerciali e di sviluppo e internazionalizzazione del brand”. Gli affari societari, del resto, sono già in piena espansione: nel 2013 il fatturato netto dovrebbe avvicinarsi ai 270 milioni di euro. L’obiettivo, non semplice, è sfondare quota 300. A quel punto la Juventus entrerebbe davvero nell’elite del calcio europeo, dal punto di vista finanziario. “E anche sul campo la lotta con le grandi d’Europa sarebbe meno impari”, conclude Mazzia.

A vederlo con gli occhi di Juventus, Udinese e Catania il futuro del calcio italiano fa un po’ meno paura. Ci si può riuscire applicando grande rigore nei bilanci. Investendo nello scouting e nei settori giovanili. Incrementando marketing e merchandising, frontiera ancora inesplorata. O costruendo stadi e impianti di proprietà che diano alla squadra identità e solide fondamenta economiche. Meglio ancora sarebbe in tutti questi modi messi insieme. Ma fare un calcio sostenibile è davvero possibile. Persino in Italia.