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Te la do io l’Onu/3: il Capitano Diagne, che salvò 600 vite in Ruanda

La sera del 6 aprile 1994, verso le 20.30, mentre faceva ritorno da negoziati di pace sotto l’egida dell’Onu ad Arusha, in Tanzania, l’aereo con a bordo il presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira viene abbattuto da un missile terra-aria nella fase del suo atterraggio a Kigali.

E’ l’inizio dell’inferno. In brevissimo tempo, le milizie Hutu Interahamwe dispongono le loro mortali barriere lungo tutte le arterie della capitale ruandese, impedendo così ogni possibilità di fuga ai Tutsi, un milione circa dei quali sarà atrocemente sterminato durante i cento giorni che durerà il più veloce genocidio di massa del ventesimo secolo.

Nelle ore seguenti, pattuglie di militari della Guardia Presidenziale, munite di liste di nomi, vanno di casa in casa uccidendo gli oppositori politici del regime genocidario. Tra esse, Agathe Uwiliingiyimana, Primo Ministro ruandese, e suo marito, per uccidere i quali le Forze Armate Ruandesi non esitano dapprima a massacrare i paracommando belga della scorta, dieci caschi blu in forza alla MINUAR, Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda.

Poco dopo, un osservatore militare della MINUAR, il Capitano senegalese Mbaye Diagne, si reca sul luogo dell’omicidio del Primo Ministro. Ispezionando la casa, vi trova vivi i figli di Agathe, e li porta in salvo all’Hotel delle Mille Colline. E’ la prima di una lunga serie di solitarie missioni di salvataggio.

L’8 aprile, gli stranieri presenti in Ruanda vengono evacuati. Il 21 aprile, in seguito al ritiro dei 400 militari del contingente belga, la risoluzione 912 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu decreta, nel bel mezzo dei massacri, il ritiro di quasi nove decimi del personale della MINUAR, composta da circa 2.300 elementi. Ne restano in Ruanda solo 270, e tra essi il Capitano Mbaye Diagne, che continua, senza parlarne a nessuno, a salvare tutta la gente che può.

Nel bagagliaio del suo fuoristrada bianco su cui campeggia, in nero, la scritta «UN», sotto sacchi, coperte e altri oggetti, nasconde non più di due o tre vittime designate alla volta. Ad ogni barriera, il Capitano è obbligato a fermarsi, scendere dalla macchina e affrontare solo, armato appena della sua contagiosa simpatia e del suo coraggio così fuori dal comune, gruppi di mostruosi pazzi assassini drogati, ebbri di alcool e sangue, armati di machete, mazze chiodate, granate e fucili. Scherza con loro per placarne l’esaltazione omicida, offre sigarette e piccole somme di denaro, e riesce a passare, di barriera in barriera, superando i cumuli di cadaveri mutilati, fino alla salvezza.

Per tutta la durata del genocidio, il Capitano non si porrà domande, ma agirà, salvando, si dice, oltre 600 persone, Tutsi e Hutu, ruandesi e stranieri senza distinzioni, fino all’ultima delle sue missioni, il 31 maggio 1994, quando le schegge di una bomba sparata da un mortaio contro una delle tante barriere lo colpiscono alla nuca, uccidendolo all’istante. Il suo corpo sarà disposto in un sacco di tela cerata blu dell’Unicef, fabbricato tra le lacrime dai suoi stessi commilitoni, perché tutti i sacchi per cadaveri disponibili erano ormai finiti.

Il suo comandante, il generale canadese Romeo Dallaire, lo definirà «il più coraggioso dei coraggiosi». Il Capitano ha lasciato dietro di sé una vedova, Yacine, e due bambini, Coumba e Cheick, che come lui, per tanti anni, sono stati dimenticati da tutti.

Nel momento in cui scrivo, come ogni anno a partire dal mese di aprile, i ruandesi commemorano la loro apocalisse. E mancano ormai pochi giorni al diciannovesimo anniversario della morte del Capitano; ma non ho voluto aspettare, perché ogni giorno è buono per ricordare il Capitano Mbaye Diagne.

P.s: Vorrei cogliere quest’occasione per ricordare un altro giusto, l’ex Console onorario d’Italia in Ruanda Pierantonio Costa, grazie agli sforzi personali del quale la bandiera del nostro paese ha letteralmente rappresentato, tra l’aprile e il luglio del 1994, per oltre duemila persone, la differenza tra la vita e la morte.

P.P.S. Ho trasferito le reazioni dei lettori al mio post del 3 maggio alla diretta interessata, l’Alta Commissaria per i Diritti Umani dell’Onu. Sono ora in attesa delle sue risposte, affinché possano essere pubblicate su Il Fatto Quotidiano.