Cronaca

Andreotti morto, il “cardinale” politico sotto otto papati

Un legame durato da Pio XI ai giorni nostri. Con le dimissioni di Benedetto XVI la fine ideale di quel rapporto speciale con i vescovi di Roma iniziato nuovamente a ogni morte di Papa

“Quando elessero Papa il cardinale Karol Wojtyla scoprii, per la prima volta, di essere vecchio. Il nuovo Pontefice aveva due anni meno di me”. È il 1978 quando Giulio Andreotti, alla guida del suo IV governo, si abbandona a questa confidenza. Da sempre affascinato dalla figura e dal ruolo del Papa, Andreotti è sempre stato di casa in Vaticano. Una sorta di “cardinale laico” che ha avuto rapporti con ben otto Pontefici: da Benedetto XV a Benedetto XVI. Lo racconta lui stesso in un suo celebre libro intitolato “A ogni morte di Papa”. “Quando nacqui – scrive Andreotti – era Pontefice Benedetto XV, ma io non ebbi modo di accorgermene. Giacomo Della Chiesa morì quando io avevo raggiunto da otto giorni i ventiquattro mesi e non potevo occuparmi di cose vaticane”. In casa Andreotti, però, il Papa era sempre Pio X. “Mia madre – scrive il celebre politico nel volume Sotto il segno di Pio IX – era rimasta inguaribilmente affascinata da una sua Messa per un gruppetto di Figlie di Maria quando aveva vent’anni”.

Andreotti entra in Vaticano per la prima volta con Pio XI. Infiltratosi a un’udienza pontifica dell’Azione Cattolica del Belgio, il Papa, colpito dalla sua giovanissima età gli domanda se fosse un aspirante anche lui. “Dovetti confessare, un po’ confuso, – ricorda Andreotti – di essere romano e il Papa, divertito, mi posò una mano sulla spalla dicendo al suo accompagnatore che io ero un ‘abusivo’. Cinquant’anni dopo, il giovane assistente pontificio di allora, divenuto cardinale decano riceveva da me le condoglianze del governo italiano per la morte di due Papi”.

L’impegno nella Fuci, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, consentì al giovane Andreotti, già proiettato sulla strada della politica, di essere ricevuto in udienza privata da Pio XII almeno ogni quattro mesi all’anno. Con Pacelli nacque un’amicizia solidissima. “Una volta che dovette farmi fare tre quarti d’ora di anticamera – racconta Andreotti – venne personalmente a scusarsene, spiegandomi che avrebbe dovuto ricevere all’improvviso un gruppo di soldati che volevano essere da lui confortati prima di ripartire per il fronte”.

Con Angelo Giuseppe Roncalli l’amicizia era nata a Venezia dove il futuro Papa era Patriarca. “Mi ricordò – racconta Andreotti – a lungo Alcide De Gasperi, la sua umiltà, il prestigio internazionale, le fatiche della ricostruzione”. Con Paolo VI il rapporto è decisamente molto più intimo. “Anche nelle circostanze tristi – ricorda Andreotti – il Papa era vicino a me e ai miei. Ricevetti due commoventi messaggi quando mia madre era in agonia e dopo la sua fine”. Di Montini, racconta sempre Andreotti, “non c’è chi, tra coloro che hanno avuto modo di avvicinarlo, non sia rimasto colpito dalla delicata gentilezza del suo tratto, che dava a ognuno la sensazione di essere considerato come importante, fosse un ambasciatore o un modesto dirigente di ritiri operai”.

Nei suoi scritti Andreotti non manca di ripercorrere la pagina del referendum sul divorzio. “Non poteva Paolo VI, pur essendo più dubbioso sull’esito, impedire a un gruppo di cattolici italiani di servirsi liberamente dello strumento offerto dall’ordinamento italiano per tentare di cancellare una legge ritenuta iniqua”. E in un altro passaggio Andreotti ricorda che “del dolore del Papa per la legge sul divorzio ho un personale documento nella sua lettera natalizia autografa del 1969: “Commosso cordialmente per la cortesia e il ricordo, non posso trovare conforto all’amarezza che mi affligge profondamente per la grande ferita, inflitta alla inviolabile norma umana e cristiana circa la stabilità e la santità della famiglia, dalla ormai incombente legislazione d’un Paese, come l’Italia, così segnato dalla vocazione di fedeltà alla ‘lex naturae’ e alla ‘lex gratiae’, per il bene e per l’onore del suo popolo e per l’esempio classico e moderno agli altri popoli della terra”.

Di Albino Luciani, Pontefice per soli trentatré giorni, Andreotti scrive: “La semplicità di Papa Giovanni Paolo affascina, il sorriso conquista, la sua serenità distende gli spiriti inquieti”. E arriva il “ciclone”: un Papa non italiano dopo 455 anni. Uno schiaffo della Chiesa al governo italiano presieduto da Andreotti? “È stato un cardinale – risponde il grande politico – a scrivermi dalla Francia che non era esistito affatto un ‘animus’ anti italiano”. Senza l’elezione di Luciani qualche mese prima, spiega Andreotti, “si sarebbe effettivamente accesa una polemica di sapore politico in Italia con i commenti sul nuovo corso determinato dall’ampliamento del Sacro Collegio. E forse l’onorevole Marco Pannella avrebbe iniziato un digiuno di protesta di difficile conclusione”.

L’ultimo abbraccio pontificio di Andreotti è per Benedetto XVI da lui stimatissimo e ammirato fino al gesto inedito della rinuncia al pontificato. Nelle ultime settimane di vita lo sguardo ancora vigile sulle vicende di Santa Romana Chiesa e sulla fumata bianca per Francesco. E forse la fine ideale di quel rapporto speciale tra Andreotti e i vescovi di Roma iniziato nuovamente a ogni morte di Papa.

Twitter: @FrancescoGrana