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Irlanda, cittadini costretti a una “spending review” domestica per salvare la casa

Il programma governativo di ristrutturazione chiama gli irlandesi a seguire un piano di controllo della spesa per poter rinegoziare con successo il mutuo in default. Le banche puntano così a evitare un effetto domino capace di provocare un collasso nel medio periodo

Cibo e bevande? Fanno 247,04 euro al mese a testa. Il Riscaldamento? 57 euro e 31 centesimi ogni trenta giorni. La vita sociale? 125 euro e 97 tutto compreso, tra serate al cinema e biglietti per la partita. Quanto alle vacanze all’estero, la televisione satellitare e l’assicurazione sanitaria privata… scordatevi ogni cosa. Allo stato attuale non siete in grado di sostenerne i costi. Possiamo chiamarla imposizione, razionalizzazione, austerity o “spending review”, tutti concetti ormai ampiamente familiari. Solo che questa volta non si parla di spesa pubblica e a beccarsi le raccomandazioni, o per meglio dire gli ordini perentori, non sono gli amministratori statali quanto i privati cittadini irlandesi. Chiamati a seguire un piano di controllo della spesa per poter rinegoziare con successo il mutuo in default.

La storia l’ha raccontata nei giorni scorsi il Financial Times, arricchendo così di un altro capitolo l’infinito romanzo delle terapie post crisi. Il programma nasce su iniziativa dell’Insolvency Service of Ireland, un organismo creato a marzo da Dublino con l’obiettivo di implementare il complesso programma di ristrutturazione dei mutui. A differenza di molti altri Paesi, nota il quotidiano della City, il governo irlandese ha voluto inserire i prestiti immobiliari nel nuovo schema di legge del diritto fallimentare nella speranza di salvare il salvabile in un mercato travolto dalla tremenda combinazione “boom economico/bolla real estate”. Il principio, come ha lasciato intendere il ministro della giustizia Alan Shatter, è piuttosto intuitivo: dal punto di vista delle stesse banche è preferibile accettare una perdita rinegoziando il credito piuttosto che sancire il default del debitore innescando un effetto domino capace di provocare un collasso nel medio periodo.

Il successo del programma appare cruciale per un Paese dove, ad oggi, si registrano ritardi di 90 giorni o più sulle rate di circa 120mila prestiti (senza contare i 100mila già rinegoziati nei termini di restituzione). Ma nel piano governativo, a ben vedere, c’è molto di più. La definizione dei limiti di spesa, infatti, non rappresenta un semplice insieme di linee guida per banche e clienti, quanto in realtà un insieme di condizioni inderogabili ai quali i debitori saranno tenuti ad attenersi per legge se vorranno accedere ai benefici della ristrutturazione. Uno scambio logico, insomma, ma anche un provvedimento particolarmente significativo che, nel contesto di un’economia di mercato, delinea un’insolita situazione in cui uno Stato si impegna a definire per decreto gli standard di consumo, e quindi di vita, dei suoi cittadini (garantendo però al tempo stesso livelli dignitosi e più che accettabili).

L’intervento è piuttosto radicale, ma le circostanze in cui è maturato sono obiettivamente eccezionali. La Repubblica di Irlanda ha circa 4 milioni e mezzo di abitanti, come a dire la popolazione del Piemonte. Nel decennio d’oro 1995-2005, aveva segnalato in passato Bloomberg, il Paese aveva assistito alla costruzione di 553mila nuove abitazioni sull’onda dell’entusiasmo di un’economia in orbita. Nel luglio dello scorso anno, il 15% di esse risultava vuoto. Nello stesso periodo il Paese si avviava a lanciare il programma di demolizione delle “eccedenze” a cominciare da un gruppo di 1.850 edifici rimasti incompiuti e all’epoca affidati alla National asset management agency, la stessa agenzia pubblica creata nel 2009 per assorbire gli asset tossici delle banche. Il piano di sostegno internazionale a Dublino ammonta in totale a 67,5 miliardi di euro.

Un eventuale successo del programma di ristrutturazione dei mutui contribuirebbe comunque a certificare la lenta ma inesorabile ripresa irlandese. Il Paese, che nel 2010 è andato in sostanziale default tecnico di fronte all’impennata dei costi di finanziamento sui mercati, continua a evidenziare tassi di crescita positivi: secondo le previsioni Eurostat, Dublino dovrebbe chiudere il 2013 con una crescita del Pil pari all’1,1% dopo il +0,9 registrato lo scorso anno. Cifre modeste rispetto agli anni del boom, ma anche numeri da sogno nel panorama del Piigs dove anche per quest’anno, segnala ancora Eurostat, dominerà il segno meno (-1% per l’Italia, -1,4 per la Spagna, -1,9 per il Portogallo, -4,4 per la Grecia).

Dublino, che ha mantenuto un regime fiscale favorevole per le imprese (confermando così il potenziale di attrazione per gli investimenti esteri) sconta ancora un tasso di disoccupazione superiore alla media Ue (l’ultima stima della Commissione europea segnalava a febbraio 2013 un 14,2% contro il 10,9 della Ue a 27) ma ha visto ridursi drasticamente i costi di finanziamento del proprio debito. A marzo, il bond sovrano 2020, il cosiddetto benchmark decennale (l’Irlanda ha collocato l’ultimo titolo a dieci anni nel 2010), aveva bruciato più di 300 bps su base annuale, un risparmio di oltre 3 punti percentuali sugli interessi pagati da Dublino ai creditori.