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Studiare serve? Si anche nella crisi. Vi spiego perché

Che cosa unisce lo studio del latino, il commercio internazionale, brillanti studenti liceali, manager e imprenditori leader nei loro settori? Certamen. Il “premio Nobel” della lingua latina che, ogni anno a Lovere, raccoglie i migliori studenti di latino e, contestualmente, invita esperti del settore privato che possono “ispirare” la nuova generazione italiana.

Ho avuto l’onore di offrire il mio punto di vista, come speaker, in merito alla geopolitica delle commodity, un tema familiare a chi mi legge. Gli speaker presenti avevano una visione di insieme e un approccio pratico che ben si armonizzavano con il tema dell’evento. Francesco di Leo, esperto di comunicazioni e media, investitore in tecnologie verdi e membro di differenti board di amministrazione italiani e stranieri. Enrico Maggioni un imprenditore che da solo, senza l’aiuto o il supporto di nessun organo governativo italiano, è riuscito a vincere gare per l’alta velocità in mezzo mondo. Francesco Fuccillo, presidente di una giovane associazione (Apices) che crea cultura dell’estero presso le Pmi (in parole povere spiega alle piccole e medie imprese italiane che “la fuori” c’è un mondo di opportunità, ovvio se si vuol coglierle).

Ultimo, ma non per questo meno importante, Giancarlo Bassi creatore e presidente dell’Orio center (uno dei centri commerciali di maggior successo in Italia). Ognuno di loro con semplice disponibilità ha portato la sua testimonianza su come creare impresa, sviluppare i propri orizzonti, fare business. Dove sta il collegamento con il latino vi chiederete? E’ una forma mentale. Escluse le guardie svizzere del Vaticano non troverete nessuno con cui dialogare in latino. Io credo tuttavia che un’impostazione classica può fare molto: rammenta che la storia si ripete. C’è un filo sottile che collega le scelte di un Cesare con l’esistenza di Londinium (pardon Londra), che pone sullo stesso piano il commercio tra l’impero Romano e l’impero Cinese all’affermazione della nuova Cina. Certamen è caratterizzato da un fattore raro nello scenario italiano: lo scambio di punti di vista tra generazioni. Da un lato persone che hanno una visione (ognuno a suo modo) dall’altro giovani menti con un potenziale elevato. “Una competizione che affonda le sue radici in una storia millenaria ma che stende le sue braccia sulla contemporaneità, con una visione aperta al futuro.” Come spiega Fabio Molinari coordinatore dell’evento.

Quello che in altri tempi sarebbe stato normale, lo scambio di conoscenza dai più saggi ai giovani, oggi in Italia sembra non esistere più. Tutti gli speaker convenivano su una cosa: imprenditoria, creatività e percezione della storia sono una combinazione vincente per rilanciare l’Italia. Una visione coerente, di ampio respiro, che partendo da una lingua di un antico impero (matrice socio-culturale sulla cui è fiorita l’attuale Europa dei popoli) crea sinergie tra il passato e il presente e, perché no il futuro. Comune era anche la posizione di tutti gli speaker sul futuro: serve impegnarsi per ciò che si vuole. Affermazione generica ma che detta da un Maggioni, brillante esempio d’imprenditoria italiana, assume un’accezione concreta.

Ci vuole una visione. Semplice a dirsi, sfidante a farsi come insegna con i fatti Bassi: in un luogo dove nessuno vedeva un centro commerciale, oggi sorge la realtà più importante per traffico clienti e fatturato dell’Italia settentrionale. Serve connessione e necessità di creare sistema. Detto da Di Leo che partecipa a differenti comitati di amministrazione, segue progetti hi-tech green un’affermazione del genere assume un significato molto operativo. Le Pmi dovrebbero andare all’estero e scoprire mercati di nicchia. Suona scontata come affermazione? Possibile. In bocca a un trentenne che ci crede e che ha creato un’associazione con il risibile scopo di far presente alle Pmi che esiste un mondo “la fuori” sfidante, ma non per questo privo di opportunità questa frase è tutt’altro che scontata. Dopo una “due giorni” di conferenza così non mi vien altro da dire: per concludere, “faber quisque fortunae suae”.