Musica

Strokes, esce “Comedown Machine”: tante chitarre e poca innovazione

A due anni dall'ultimo "Angles", torna sulle scene il quintetto di New York con un disco di undici brani che mette in soffitta la componente elettronica. Tra revival garage e una nuova strada tutta da centrare.

The Strokes, dodici anni dopo. Nei negozi da venerdì 5 aprile il nuovo album della band di New York, pubblicato dall’etichetta Rca. Undici tracce, una quarantina di minuti di ruvidezze e l’inconfodibile taglio scanzonato da sempre marchio di fabbrica del quintetto. A distanza di due anni da “Angles”, questo “Comedown Machine” segna un nuovo gradino di una band alla continua ricerca di una nuova dimensione. Anche se di nuovo in realtà non c’è praticamente nulla.  

Sin dagli inizi della loro storia, gli Strokes hanno contribuito a offrire visibilità all’universo indipendente. Era il 2001 e l’album “Is This It” li lanciava come la nuova sensation indie che riusciva ad accontentare i gusti di molti. La ricetta funzionava grazie al carismatico frontman Julian Casablancas e la sua voce roca, le chitarre che scivolavano via rapidissime e l’universo patinato della Grande Mela, tra moda e feste esclusive. E anche un altro gruppo di Nyc, gli Interpol, di lì a poco, ne beneficiò.

Quindi che gli Strokes abbiano avuto una importanza fondamentale nel revival pop-rock  – e finanche garage, stando all’esordio – degli Anni Zero, è indubitabile. Come il fatto che, sia il penultimo “Angles”, che questo “Comedown Machine” viaggino su binari stanchi. L’ultimo colpo di coda è arrivato nel 2006 con “First Impressions Of Earth”, disco che conteneva diverse hit di spessore. Nikolai Fraiture, bassista del quintetto, annunciava pochi mesi fa alla radio inglese BBC1 come “la band aveva raggiunto finalmente una buona sintonia”. E in effetti, è la sensazione che trasmette il nuovo album. Escludendo il singolo “One Way Trigger” e “Changes”, viene parzialmente accantonata la componente synth-pop ed elettronica, in favore di un ritorno più massiccio alle chitarre. Facciano fede canzoni quali “Happy Endings”, “All The Time”, “50/50” o “Partners In Crime”. Nessuna innovazione, però, rispetto a dieci anni fa. In qualche modo l’album nasce già vecchio e presenta gli stessi pregi (e difetti) delle prove passate. Non c’è una nuova “Reptilia” o “12:51”. E’ niente di più e niente di meno che il solito disco degli Strokes. 

Di certo dal vivo, voce e falsetto di Casablancas permettendo, rimangono ancora più che validi. Per i fan che non vedono l’ora di sentirli live, pare ci siano dubbi sul far seguire alla pubblicazione dell’album, un vero e proprio tour.

(foto: thestrokes.com)