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Marò, se davvero vogliamo riportarli a casa un modo c’è

La davvero pessima gestione del caso dei due marò da parte del governo italiano conferma la pessima qualità del nostro personale politico, sia di quello appartenente a pieno titolo alla casta parlamentare  sia dei “tecnici”, originari a loro volta di caste varie, reclutati per dare una parvenza di affidabilità alle istituzioni.  

Alla base del pasticciaccio c’è una pessima legge, fortemente voluta dall’epoca ministro (speriamo mai più) La Russa, che prevede una sorta di commercializzazione su richiesta dei servizi di difesa, a disposizione di chiunque paghi una determinata somma. Si tratta di una legge che coniuga tutti i difetti del “patriottismo” di bassa lega, da sempre triste carattere distintivo della più o meno fascista destra nostrana con quelli della galoppante tendenza alla privatizzazione. In sostanza tale legge permette di imbarcare gruppetti di militari italiani su navi mercantili per assicurarne la difesa contro eventuali attacchi di pirati o simili. E’ il decreto-legge n. 197 del 12 luglio 2011, convertito in legge 2 agosto 2011 n. 130, il cui art. 5 istituisce per l’appunto i cosiddetti “nuclei militari di protezione”. Si tratta dell’ennesima deviazione dai principi costituzionali e dalle funzioni costituzionalmente previste per le Forze armate, il cui compito è com’è noto, ai sensi dell’art. 52 della Costituzione, la difesa della Patria. E che comporta, come abbondantemente dimostrato dall’infelice caso in oggetto, una frammentazione operativa e una serie di catastrofici disguidi decisionali. Un deprecabile ibrido fra vocazioni e necessità diverse che porta necessariamente a comportamenti poco funzionali.

Non che non sussista un’esigenza pratica di protezione dei navigli mercantili dalla pirateria, fenomeno complesso che va contrastato in vario modo incluso l’uso della forza armata in conformità agli accordi internazionali esistenti. Ma tale esigenza va soddisfatta mediante l’impiego in souplesse di personale specializzato e non già coinvolgendo le Forze armate nazionali nel modo poco perspicuo previsto dal detto decreto-legge.

Altrimenti succede che, a seguito di un incidente come quello che è costato la vita a due pescatori indiani innocenti, Ajesh Pinky di 25 anni e Selestian Valentine di 45 anni, si coinvolgano la reputazione e le relazioni internazionali dello Stato, con gli effetti micidiali che si sono visti nel caso dei due marò, ivi compresa la pesante strumentalizzazione politica operata dalle forze di destra con l’attiva partecipazione della stampa di questa tendenza, in particolare il Giornale.

E’ oramai accertato che l’incidente è avvenuto a 20,5 miglia marine dalla costa indiana, nella cosiddetta zona contigua disciplinata dall’art. 33 della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare, nella quale lo Stato costiero può esercitare poteri di controllo al fine di prevenire violazioni alle proprie legge o di reprimere violazioni avvenute nel mare territoriale. Il codice penale indiano prevede d’altronde la giurisdizione del Paese sui delitti di cui sono vittima cittadini indiani. Né pare facilmente invocabile, alla luce della prassi internazionale in materia, l’immunità funzionale dei marò. Ma tutti questi aspetti dovrebbero essere oggetto di chiarimento in sede giurisdizionale internazionale, qualora l’Italia invocasse l’intervento della Corte internazionale di giustizia che potrebbe essere possibile nonostante i limiti posti dall’India con la sua dichiarazione del 18 settembre 1974. Da giurista devo constatare che, tutto sommato, potrebbero esserci buoni motivi per contestare la giurisdizione indiana in materia.

Il caso si è tuttavia caricato di significati politici che vanno al di là del dato esclusivamente normativo. Pensate d’altronde che sarebbe successo se, in ipotesi, una nave indiana avesse mitragliato un peschereccio italiano vicino alle nostre acque territoriali uccidendo due persone. A mio avviso, quindi, se davvero vogliamo che tornino a casa i due marò, occorre abbassare i toni, recuperare un’unità di intenti ed atteggiamenti gravemente compromessa dalle baruffe in seno al governo culminate con le dimissioni di Terzi e avviare un dialogo costruttivo con le autorità indiane, ammettendo le responsabilità che non sono prevalentemente quelle dei due autori del deprecabile errore che è costato la vita a due lavoratori innocenti. E rivedere subito una legge ispirata da un’ottica di espansione di potenza militare che si rivela sempre meno idonea ad affrontare i complessi problemi dell’epoca attuale. E mettere un silenziatore definitivo alle patetiche strumentalizzazioni della destra, dettagliatamente ricostruite dal sito Wu Ming, destra pronta a tutto pur di lucrare qualche voto in più riesumando un inaccettabile spirito patriottardo sulla pelle di tutte le vittime di questa infausta vicenda, compresi i due marò.