Musica

Depeche Mode, il ritorno dopo quattro anni

Dopo un silenzio di quattro anni ritornano i Depeche Mode con Delta Machine, il tredicesimo album di studio. Prima di addentrarci specificatamente nell’ultima fatica discografica, è bene fare un passo indietro. I DM sono stati capaci di sovvertire gerarchie inoppugnabili, appannaggio esclusivo della musica elettronica. Nel 1981 Martin Gore affermava: “Siamo convinti che il futuro sarà da ricercare nel suono modulare dei sequencer, non più in quello delle chitarre”. Ora, sarà pur vero che a quell’epoca la grande stagione del Synth Pop esplodeva nelle più svariate forme ma soltanto “un pazzo” avrebbe potuto affermare una cosa simile. Eppure quelle dichiarazioni, rilette oggi, risuonano come antichi presagi.

Forse Martin oltre ad essere genio è pure menagramo? Non scherziamo, se è vero che il rock, ai giorni nostri, pare ripiegato sul passato lo è altrettanto sostenere che  l’elettronica sembra distendersi sul futuro; “L’oracolo” – diciamolo chiaramente – si esprimeva in quel modo perché “illuminato”.

Alzi la mano chi sostiene che in fondo i Depeche Mode non hanno mai realizzato un album interamente compiuto, bensì una serie di singoli capolavoro distribuiti “qua e là”. Una provocazione che serpeggia strisciante da tempi immemori!

Il sottoscritto si agita smodatamente soltanto per un paio di dischi: Music for the Masses (1987) e Songs of Faith and Devotion (1993) ma impazzisce letteralmente per una sequela di pezzi infilati “qua e là” e (quasi) tutti antecedenti ai capolavori citati.  Forse considerando i tredici album all’attivo, “quel sibilo biforcuto” trova (in parte) ragione d’essere?

I fan della prima ora rimpiangono ancora la dipartita di Vince Clarke e la successiva di Alan Wilder;  e come potrebbe essere altrimenti? Andatevi a rileggere gli almanacchi, nella storia del gruppo, i due sono stati fondamentali. Alcuni rumors improbabili danno Clarke clamorosamente rientrante alla base ma cosa potrebbe aggiungere l’eventuale reintegro al gruppo attuale? Considerando il risultato degli ultimi lavori, sicuramente “qualcosa”. Sì, perché le premonizioni di Gore falliscono clamorosamente con Exciter (un quattro pieno nel 2001), sforano con Plaiyng the Angel (anche se Precious nel 2005 spaccava) e fanno cilecca pure con Sound of the Universe (ma Wrong rientra tra i pezzi che agitavano il 2009).

Di fatto, è forte il sospetto secondo il quale soltanto Papa Francesco nei suddetti lavori, potrebbe trovare una buona visione d’insieme e quindi, senza infierire ulteriormente, arriviamo ai giorni nostri.

Ancor prima di entrare nelle specifiche appartenenti Delta Machine, esiste un elemento per il quale è autorizzabile un certo sarcasmo e si collega alle dichiarazioni “pre – parto” dei principali protagonisti. Gore nei giorni antecedenti l’uscita dell’album proclama: “Questo disco suonerà come una via di mezzo tra Violator e Songs Of Faith And Devotion”.  Niente di più opinabile, considerando che i lavori ai quali adduce il musicista sono per antonomasia fondati sulla forma canzone, Delta Machine – e qui entriamo nello specifico – è sostenuto invece nell’impianto sonoro; della serie, molto fumo e poco arrosto, giacché “a mancare” sono proprio le canzoni e “ad esserci” i suoni. A tal proposito, si faccia riferimento a Ben Hillier, produttore esecutivo dell’album (mixato da Flood); va detto che le sonorità – da un punto di vista tecnico – destano interesse, gli appassionati di synth analogici/modulari troveranno pane per i loro denti: la continuità stilistica è garantita, a tratti compaiono, in effetti, elementi associabili al blues sintetico di Violator.

Onore dunque a Hillier? Calma, non saranno certo gli album da lui curati a renderlo “il produttore definitivo”dei DM, soprattutto perché “a suonare “sono gli ultimi tre; quella poltrona se la giocano eventualmente Gareth Jones, Daniel Miller e Flood, esecutivi nei migliori anni della band.

Ma torniamo alle dichiarazioni. Dave Gahan subito dopo “il parto” giura amore eterno alla causa, l’intervista rilasciata a Rolling Stones è grottesca: “Canzoni come Heaven, sono il motivo unico per cui ancora canto”. Se tale è la sola ragione, qualcuno faccia pervenire al cantante il consiglio secondo cui un anno sabbatico potrebbe giovare. Il singolo “mira” al cuore delle persone ma non vi entra, finendo per essere sfacciatamente paraculo. Come da prassi, piacerà agli irriducibili, i quali – prima di genuflettersi – dovrebbero fare mente comune ricordando i reali capolavori della band. Nell’album poi, la voce del vocalist è sovente sopra le righe, il canto “forzatamente alto”. Perché? È risaputo che il tono basso profondo è la dote che meglio lo contraddistingue.

Broken e Should Be Higher restano infine le tracce rassicuranti del lotto; troppo poco perché sia un disco da celebrare. Di fatto, è forte il sospetto secondo il quale nemmeno Papa Francesco nel suddetto lavoro, potrebbe trovare una buona visione d’insieme e quindi, senza infierire ulteriormente, “chiudiamola qui”. Aspettando magari il tour; i Depeche Mode – live – difficilmente tradiscono.

Il solito dj qualunque nonostante la pesante insufficienza conferita a Delta Machine, per non rovinare la collezione personale, comprerà comunque il disco; su Amazon, ad ottobre, quando costerà 4 euro e 99 centesimi.

9 canzoni 9 … dei Depeche Mode

LATO A

In Your Room

Never Let Me Down Again

A Question of Time

Photographic

LATO B

Stripped

Fly on the Windscreen

Everything Counts

Behind the Wheel

One Caress

*La foto è presa dal sito ufficiale dei Depeche Mode