Diritti

La mia India, street children in un paese sotto choc

Sheila ha 9 anni, da quattro è sponsorizzata (nella parte di India in cui cooperiamo, non amano il termine adozione, nemmeno a distanza) da una nostra socia, ma visto che comincia ad avere l’età giusta, la sua famiglia ha deciso di rimandarla in strada, perché ora, potrà non solo chiedere la carità, ma anche prostituirsi, come la mamma.

Inutile insistere, continuare a mandare una figlia a scuola, rende molto meno del marciapiede, Sheila è tornata a essere una tra le street children di Jaipur. Sono piccole storie quotidiane da un paese che cambia senza cambiare, in una città turistica, che sta costruendo una metropolitana che ne sovrasta con le sue palafitte di cemento armato un bel pezzo. Perché scavare, oggi, costa di più che deturpare il paesaggio. Intanto tutto attorno crescono, piccole Class Cities, città di lusso, che molto probabilmente resteranno disabitate, secondo il modello di sviluppo già in crisi in Cina e in Europa.

Ella dice che in India se sei molto povero, appartieni a una casta molto bassa o addirittura sei un senza casta, è quasi meglio essere orfani, così almeno non hai dei genitori che ti mandano, quando sei piccola a chiedere la carità, poi a prostituirti o ti vendono come sposa bambina a un vecchiaccio. Se sei orfano puoi sempre trovare una Ong, che ti manda a scuola e che ti ospita, pragmatismo estremo, ma per certi versi sensato. Naturalmente non è tutto così questo paese, e nel 2025 alcuni sostengono che supererà il Pil della Cina, ma la crescita del Pil riuscirà a compensare i milioni di poverissimi che questo tipo di sviluppo continua a creare? Erano quattro anni che non tornavo a Jaipur, a ritrovare il lavoro che l’Ong I-India, con cui collaboriamo, porta avanti con i bambini di strada e negli slums, in un paese ancora sotto shock per la morte di Jyoti Singh Pandey la ragazza stuprata da sei persone mentre era in autobus con il suo fidanzato.

Un paese che da una parte chiede la pena di morte per gli stupratori dall’altra denuncia le esecuzioni a scopo elettorale come quella di Afzal Guru (negli ultimi 7 mesi ci sono state più esecuzioni che negli ultimi 15 anni) e contemporaneamente vede il padre di Jyoti chiedere che si smetta di chiamarla “la ragazza stuprata dal branco a New Delhi” e che il suo nome diventi una bandiera. Cancellando un’omissione che la dice lunga sul tipo di battaglia che si dovrà fare per affermare la dignità delle donne. L’India come dice Tiziano Terzani, se la ami, non sai perché la ami.