Elezioni 2013

Voto, istruzioni per l’uso

“È intrattenimento non politica”: così giorni fa il professor Giuseppe De Rita definiva Beppe Grillo e la sua campagna elettorale. Avrebbe dovuto aggiungere che ormai è tutta la politica-intrattenimento a debordare incontenibile da ogni angolo televisivo. Ma in fin dei conti è più normale un comico di professione che strappa una risata o Bersani che imita Crozza che imita Bersani?

Rassegniamoci: la politica è un format con un preciso apparato di regole, come il Grande Fratello o X Factor. Solo che il vincitore non andrà a Sanremo ma a Palazzo Chigi. Attori di una fiction collaudata, i leader di partito interpretano ruoli ben truccati, disegnati e sceneggiati da esperti ghostwriter mentre con gli autori di fiducia essi provano e riprovano le battute decisive, quelle che faranno titolo su giornali e tg. C’è Mario Monti, giustiziere della notte che bang bang fa fuori destra e sinistra e twitta allegramente con gli italiani mostrando le faccine sorridenti per far dimenticare il tecnico tutto lacrime e sangue. Ecco Bersani nella parte del buon padre di famiglia, l’amico saggio con cui puoi farti una birra ma anche l’usato sicuro dal sapore antico come l’amaro Montenegro. E riecco Berlusconi, piazzista di pentole, maschera bonaria del superballista e dunque più pericoloso che mai. Superfluo chiedersi dove finisca la finzione e dove cominci la realtà perché tanto il 25 febbraio, proclamati i risultati elettorali, tutti quei format verranno riposti come manichini usati in magazzino.
 

Litigo ergo sum. Il plot di una fiction politica è la zuffa, l’alterco, il battibecco. È come nella Formula Uno quando l’attesa della carambola increspa gli ascolti. Ma non deve essere rissa. Gli Sgarbi urlanti non tirano più (forse lo ha capito pure lui). Funziona piuttosto la stilettata intelligente, l’allusione sarcastica, la parola chiave. Del Monti catatonico che alambicca e sottilizza chi si ricorderà qualcosa? Ma il Professore ghignante che intima a Bersani di silenziare le sinistre pretese dei Fassina e della Cgil o che deride la “statura accademica” di Brunetta non sarà elegante ma fa notizia. Non mancheranno insulti e calunnie, volerà qualche ceffone (metaforico) e si sprecheranno intimazioni e preclusioni . “Con Monti mai” (Berlusconi). “Ministro di Bersani mai” (Monti). “Governi tecnici mai più”(Bersani). Ma un’ora dopo la chiusura delle urne, lo sappiamo, le aperture di dialogo si sprecheranno, e in fondo perché no? Senza happy end che fiction è?

No, il programma no

È una delle litanie più scontate: indignarsi perché il candidato premier non ha esplicitato la sua ricetta su tasse, sviluppo, pensioni, sanità, istruzione, ricerca ecc. ecc. Ma perché? A cosa serve? Come se nella politica italiana tra gli impegni assunti e la loro attuazione ci fosse mai stato un legame serio. Infatti le categorie sono due. I ballisti che le sparano grosse (come il solito B: “Aboliremo l’Imu”). E gli altri che accortamente ci girano intorno con scaltrezza democristiana. Prendiamo una frase di Monti sulla patrimoniale “che non è il diavolo anche se nel sistema fiscale ci sono altri interventi più importanti da fare”. Ha forse detto che farà la patrimoniale? No. Ha detto che non la farà? No. E quali sono gli “interventi più importanti”? Boh…

La dura realtà quotidiana

“Ogni anno l’Italia paga 85 miliardi di interessi per onorare il debito pubblico nazionale”. Lo ha detto Giorgio Napolitano nel messaggio di Capodanno ed è il macigno che qualsiasi governo, di qualsiasi colore dovrà caricarsi sulle spalle per tutta la prossima legislatura. Pensate, l’equivalente di due finanziarie toste solo per evitare che il nostro Paese non rientri nella lista nera degli Stati insolventi e bancarottieri.

Tagli, tagli, tagli e ancora tagli: ecco quale sarà programma realistico di qualsiasi governo di qualsiasi colore. E lo sviluppo? E la crescita? Solo se resterà qualche euro. Almeno non facciamoci prendere in giro dai tanti venditori di fumo in circolazione.

Come andrà a finire?

Molto probabile, quasi sicura la vittoria alla Camera del centrosinistra di Bersani e Vendo-la che a Montecitorio porterà il famoso “squadrone” grazie anche al cospicuo premio di maggioranza. Situazione più complicata al Senato dove Bersani e Vendola senza maggioranza rischiano di fare i conti con la lista unitaria guidata da Monti: un accordo di governo sinistra-centro diventerebbe allora inevitabile.

Ma se l’attuale premier chiedesse in cambio di restare a Palazzo Chigi, come potrebbe Bersani dire di no a Napolitano, all’Europa, a Draghi, alla Merkel e ai famosi mercati pronti a far scattare la ritorsione spread? Attenzione infine a Berlusconi: dato ancora una volta per morto ma che, accreditato del 17-20 per cento, potrebbe sparigliare mettendo i suoi voti a disposizione di una “grande coalizione” (e non dategli retta se alla profferta aggiunge “senza Monti però” perché uno come lui se serve tratta anche col diavolo). Resta infine Grillo: male che gli vada porterà in Parlamento ottanta-cento deputati. E non solo per pigiare un pulsante.

Zitto e vota

Vi diranno: lotta all’evasione fiscale, guerra alla corruzione, difesa del territorio e del patrimonio artistico, dare un futuro ai giovani, dimezzare il numero dei parlamentari, tagliare i costi della casta… Ma non diranno come né quando perché queste cose le ripetono da sempre come una litania insopportabile. Solo dalla lista di Ingroia, Di Pietro e De Magistris è lecito attendersi proposte concrete per arginare le mafie che si stanno mangiando il Paese. E un impulso alla ricerca della verità sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra che precedette l’uccisione di Paolo Borsellino. Vi diranno liste pulite senza gli impresentabili, personaggi inquisiti, condannati e in conflitto d’interessi. Non è così nel Pd (come andiamo scrivendo da giorni) e figuriamoci nel Pdl, in attesa che Monti mantenga le promesse di trasparenza. Restano gli elettori, masse di cittadini angosciati da una crisi infinita che non lascia spazio a speranze di ripresa, i senza lavoro, i senza futuro, spremuti dalle tasse, dai mutui, dal costo della vita. Gli rimane il voto. Vogliono pure quello.

Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2013