Economia & Lobby

Mps, mentre il Tesoro lavora agli aiuti S&P la declassa a spazzatura

Secondo l'agenzia di rating è improbabile che la banca senese in procinto di ricevere 4 miliardi dallo Stato riesca a ritrovare redditività e migliorare la sua posizione patrimoniale. Il colpo di scure arriva mentre il governo si arrovella per tamponare la situazione senza assumersi il "rischio d'impresa"

Il rebus del rimborso degli interessi sugli aiuti di Stato per 4 miliardi di euro in mancanza di denaro contante è ben lontano da una soluzione ed ecco che sul disastrato Monte dei Paschi di Siena si è abbattuta la scure di Standard & Poor’s. L’agenzia di rating, infatti, ha tagliato il merito di credito della banca da pochi mesi passata dalle mani di Giuseppe Mussari in quelle di Alessandro Profumo portandolo BBB- a BB. Cioè a un livello che in gergo tecnico è chiamato junk, spazzatura, per indicare  gli investimenti di tipo speculativo e, quindi, rischiosi per definizione.

Secondo Standard & Poor’s, la posizione finanziaria di Mps rende improbabile un recupero di redditività e un miglioramento sia patrimoniale sia nel finanziamento. L’agenzia sottolinea che la difficile situazione economica e l’ambiente operativo atteso nel mercato italiano renderanno poi più difficile per l’istituto l’implementazione del piano industriale che dovrebbe rimettere in sesto la banca e renderla in grado di restituire il debito con lo Stato. Il profilo finanziario di Mps ha subito l’effetto combinato negativo dei ricavi in calo e dei maggiori costi di rischio, sottolinea quindi S&P secondo la quale tali fattori hanno contribuito alle perdite ulteriori per 47,5 milioni riportate dalla banca nel terzo trimestre 2012. In più Mps la settimana scorsa ha chiesto nuovi finanziamenti allo Stato per 500 milioni, rispetto a quanto aveva annunciato a giugno.  Senza contare che l’agenzia si attende tra l’altro che la redditività operativa della banca possa ridursi nel 2013, nonostante gli sforzi per la riduzione dei costi, a causa di un’ulteriore pressione sui ricavi e sul costo dei rischi attesa dall’agenzia.

Insomma, benché la valutazione di S&P sia in linea con quella espressa dai colleghi di Moody’s il mese scorso, anzi, leggermente più ottimista, rappresenta una bella tegola per il governo anche solo per il momento delicatissimo in cui è arrivata. Dopo aver trattato invano con l’Unione europea per ottenere il via libera agli aiuti di Stato con delle clausole talmente favorevoli per la banca da essere respinte al mittente per l’implicita “indebita distorsione della concorrenza”, l’esecutivo ora si sta arrovellando su una soluzione per tamponare la banca in linea con le regole, ma che riduca al minimo i rischi di restare col cerino in mano. Un conto, infatti, è essere creditori, un conto è assumersi il rischio d’impresa proprio degli azionisti nazionalizzando anche solo parzialmente un istituto bancario per di più imbottito di titoli di Stato per un controvalore ben superiore a quello dei 4 miliardi aiuti. Senza contare l’inchiesta della magistratura in corso da maggio.

Sui Monti Bond ”spero nei prossimi giorni di arrivare a una conclusione positiva”, aveva detto oggi pomeriggio, un’ora prima della notizia, il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, a proposito della vicenda. “Stiamo parlando sia con la Commissione che con Mps”, ha aggiunto, spiegando che “la commissione sta osservando e ha fatto commenti sul nostro approccio”. Dal canto suo il commissario Ue alla concorrenza Joaquin Almunia ha detto di avere “conversazioni” in corso con le autorità italiane sui Monti-bond, ma al momento “non abbiamo ancora ricevuto nessuna notifica formale”. Senza la notifica, l’Antitrust Ue non può formalmente prendere una decisione sulle misure per la ricapitalizzazione della banca controllata dell’emanazione piddina che è di fatto la Fondazione Mps. 

E intanto il tempo stringe: inizialmente i denari statali sarebbero dovuti arrivare via Monti bond (emissioni obbligazionarie che il Tesoro si è già impegnato a sottoscrivere integralmente) entro fine dicembre. Termine che è stato spostato di un mese alla vigilia del ballottaggio delle primarie del Pd, quando un’iniziativa bipartisan dei democratici e del Pdl ha partorito l’emendamento allunga-debito di Mps, quello che è stato bocciato ieri dalla Commissione bilancio Senato. E che prevedeva che, nel caso più che probabile che la banca non generi profitti, gli interessi sugli aiuti pubblici, cioè circa 170 milioni sul 2012 in riferimento ai vecchi Tremonti bond e circa 380 milioni sul 2013, potessero essere pagati oltre che con titoli della banca (alle condizioni comunitarie, però) anche con nuovo debito. Per esempio obbligazioni sempre a carico dello Stato, che a loro volta avrebbero generato nuovi interessi oltre a non porre limiti ai potenziali aiuti di Stato alla banca.

La bocciatura di ieri, però, non significa automaticamente un dietro front, come notano perfino gli analisti finanziari. Secondo Equita Sim, per esempio, non “è escluso che oggi vengano ripresentate (ed approvate) le stesse novità, che avevamo giudicato positivamente in quanto consentirebbero a Mps di guadagnare tempo nel rimborso dei Monti bond ed evitare l’immediata emissione delle azioni a prezzi di mercato”. Mentre in Mediobanca ritengono che lo stop sia “legato principalmente a cause tecniche e crediamo che verrà risolto. Non vediamo particolare interesse nel governo italiano di diventare un’azionista di maggioranza di Mps così come nelle autorità europee nell’avere un’altra banca nel Vecchio Continente in mano ad uno Stato”. Mentre sul fronte della politica  il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, annuncia che i Monti bond per Mps dovrebbero trovare posto nella Legge di Stabilità “se non ci sono ulteriori ostacoli”. 

I primi a fare le spese della situazione saranno in ogni caso i dipendenti, con la banca che punta sui tagli del costo del lavoro. Oggi, infatti, è arrivata la proposta di un accordo quadro sul nuovo piano industriale con l’esternalizzazione di 1.110 lavoratori. Contraria alla trattativa solo la Fisac-Cgil, mentre Fabi, Fiba-Cisl, Ugl e Uilca sono pronte ad “aprire una fase di serrato confronto”. La pregiudiziale aziendale sulle esternalizzazioni – unicamente del Consorzio e presenti in tutti i poli – secondo il sindacato dei bancari della Cgil “non mira principalmente alla riduzione dei costi ma allo scardinamento delle garanzie contrattuali nazionali”.