Politica

Una sola certezza: Mario Monti non vuol tornare all’Università

A questo punto è ormai chiaro che si voterà il 10 e l’11 marzo anche per il Parlamento. Le incognite sono tante, ma la principale è su quello che farà il presidente del Consiglio Mario Monti.

1. Monti si candiderà alle elezioni?
Per ora no. Per due ragioni: è già senatore a vita e quindi non ha bisogno di essere eletto in Parlamento. La seconda ragione è che dovrebbe schierarsi con una lista di parte mentre ancora ricopre la carica di presidente del Consiglio, perdendo legittimità. Al professore della Bocconi non piace affrontare situazioni di cui non ha il totale controllo, ma una volta che le variabili saranno più chiare, se capirà che questo è l’unico modo per assicurare che i frutti del lavoro fatto non vadano persi, potrebbe vincere le proprie ritrosie.

2. Monti andrà al Quirinale?
L’ascesa al Colle garantirebbe a Monti di mantenere quel ruolo di garanzia della continuità che il premier considera necessario. Monti non è uno che confida le proprie ambizioni personali, ma sicuramente gradirebbe essere l’erede di un capo dello Stato come Napolitano per il quale nutre enorme stima. Proprio per favorire questo esito, Napolitano potrebbe anche decidere di dimettersi un po’ in anticipo sulla scadenza naturale (il 15 maggio). Così il Parlamento uscito dalle elezioni potrebbe votare prima il nuovo presidente della Repubblica, il quale poi a sua volta affiderebbe l’incarico di formare il nuovo governo al futuro premier (cioè al leader della coalizione vincente o a una figura di garanzia che possa tenere assieme un Parlamento senza una maggioranza forte).

3. Monti tornerà a Palazzo Chigi per un bis al governo?
Questa è l’incognita maggiore e non si può dare una risposta perché tutto dipende dalla legge elettorale con cui si voterà e dalle scelte di Napolitano. Lo scenario ideale per il bis del premier è il seguente: nuova legge elettorale che non prevede premio di maggioranza per la coalizione vincente, forte successo del Movimento 5 stelle che favorisce una grande coalizione, risultato dell’Udc sufficiente a rendere Pier Ferdinando Casini decisivo (così da permettere al Pd, in caso di necessità, di scaricare Sel e riprodurre l’attuale maggioranza). Monti potrebbe quindi guidare un nuovo governo che non sarebbe però tecnico, ma con i leader politici dentro in ministeri importanti. Il professore terrebbe per sé e per la squadra ristretta di fedelissimi le caselle rilevanti per il rapporto con l’Unione europea, i mercati e gli Stati Uniti. Per esempio Enzo Moavero sempre agli Affari europei o sottosegretario a Palazzo Chigi, uno come Fabrizio Barca all’Economia (ma potrebbe anche toccare direttamente a Pier Luigi Bersani).

4. Monti vuole tornare a fare il presidente della Bocconi?
No. Col passare dei mesi, il professore si è convinto che è assolutamente necessario dare un seguito al lavoro di questi mesi. E per quanto un suo ritorno nell’ateneo milanese darebbe un nuovo prestigio globale alla Bocconi, almeno nell’immediato, il futuro è ancora politico. A parte Quirinale e Palazzo Chigi, le opzioni di riserva sono due. Se si vota col “porcellum” e il centrosinistra prende il premio di maggioranza, Bersani può diventare premier. E Monti, seguendo l’esempio di un altro primo ministro tecnico come Carlo Azeglio Ciampi, potrebbe prestarsi a fare il super-ministro dell’Economia per fare da ambasciatore dell’esecutivo politico nel mondo. Seconda opzione: aspettare il 2014 e diventare presidente del Consiglio dell’Unione europea, dando finalmente forza a un’istituzione che durante la crisi è stata scavalcata dai governi nazionali.

5. L’agenda Monti può sopravvivere a Monti?
Sì. E il modo lo ha suggerito il Corriere della Sera, con un sorprendente cambio di linea un paio di giorni fa. Approfittando della situazione di relativa calma sui mercati e anticipando i mesi di incertezza politica, il governo potrebbe chiedere l’intervento del fondo salva Stati Esm e della Bce di Mario Draghi. In cambio dei prestiti agevolati (che farebbero risparmiare sulla spesa per interessi), l’Italia dovrebbe firmare un memorandum che costringerebbe il nuovo esecutivo, di qualunque tipo sia, a rispettare il programma di tagli della spesa e riforme noto nel dibattito giornalistico come “agenda Monti”.

Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2012