Cultura

“Lucantropi”, l’orgoglio lucano nei racconti dei nipoti del terremoto

Il libro, edito da Fondazione MIdA e sostenuto dalla Regione Basilicata, è un istant book che raccoglie le lettere di 50 ragazzi di cinque istituti superiori. Cos’è la Lucania, oggi. E cos’era ieri, all’indomani del sisma dell’80. L’arrivo del petrolio e dei sogni di carta. Le occasioni mancate, e quelle inseguite

I “Lucantropi” serve a spiegare chi sono i nipoti del terremoto dell’Irpinia. Sono racconti densi di sentimento, a volte di risentimento, ma lucidi, decisi, gonfi di amore per la Lucania. È un libro vero, crudo, sincero. Dov’è il futuro, qual è il futuro? Il petrolio, l’oro nero, non deve dividerci in buoni e cattivi, in chi si arricchisce e in chi si impoverisce, in chi si ammala e in chi si salva. Penso che la Lucania abbia da realizzare un “fondo comune di investimento sul futuro e sulla speranza”. Abbiamo bisogno, tutti insieme, dello stesso tesoro, di sogni che ci conducano vicino alle nostre case, alle nostre montagne, a quella linea d’orizzonte che accompagna lo sguardo nostro e dei nostri vecchi. Le nuove generazioni devono imparare a sognare restando qui. Serve lo studio, l’applicazione quotidiana, la fatica. Servono i viaggi, l’apertura al mondo, le parole degli altri. Servono occhi curiosi, mani pronte, passo veloce. Serve imparare. Serve lavorare. Serve essere e mostrarsi liberi, come lo sono i protagonisti di questo libro. Serve l’ardore e il sentimento. – Antonello Caporale

“Lucantropi”, edito da Fondazione MIdA e sostenuto dalla Regione Basilicata, è un libro incartato con risentimento e speranza. Un istant book che raccoglie le lettere di 50 ragazzi di cinque istituti superiori. Cos’è la Lucania, oggi. E cos’era ieri, all’indomani del sisma dell’80. L’arrivo del petrolio e dei sogni di carta. Le occasioni mancate, e quelle inseguite. Vado via, resto qui. L’ossessione di facebook e twitter come tic antipredessione. È scritto dalle mani curiose e dai piedi veloci dei nuovi apostoli del Cristo che si è fermato ad Eboli. Alieni spuntati sulla terra di Scotellaro e Sinisgalli. Di Levi e Nitti.

Il cinema di Corleto Perticara porta ancora lo slang da amarcord della sua firma, Zi’ Nick. L’emigrante lucano che fece fortuna in America. L’obbligazione naturale di zio Nicola verso il paesotto natìo fu proprio quella sala cinematografica, costruita subito dopo il terremoto del 1980. Aperta e chiusa nel giro di uno slancio di cosce da Moulin Rouge. “La Lucania è un luogo segnato ed afflitto dall’emigrazione. Un luogo di accidia, di cui nessuno parla mai e di cui molti ignorano l’esistenza. Un luogo per il quale provo, malgrado tutto, amore incondizionato (Rosangela La Banca, istituto “F.De Sarlo”).

Corleto non ha avuto né morti, né feriti. La vita è continuata a scorrere così com’era prima. Con la sua monotonia. E tuttora si vive con la solitudine nei cuori ed abbiamo tutti lo sguardo vuoto di chi assiste impotente ad un terremoto senza fine, dove tutto finisce di vivere ma nessuno risorge” (Antonella Di Noia, istituto “A.Einstein”).

L’amore ai tempi delle chat e di facebook. L’amicizia dal “mi piace” masticato come un chewingum. Il diario. Le foto. Il tag. Il tweet. Smack. E ancora: sms, mms, messenger. I ragazzi si amano guardandosi nell’occhio indiscreto della webcam. Un tweet d’amorosi sensi. Centoquaranta caratteri per un mini-saggio sull’amicizia. “Possiamo condividere passioni e gioie con altri, abbreviare le distanze infinite, rendere possibile ciò che sembra irraggiungibile. Ma resta comunque il fatto che tra due o più interlocutori c’è sempre uno schermo. E uno schermo non ci fa apprezzare il valore di un sorriso, lo sguardo di un amico, l’amore vero. (Antonietta Lepore, istituto “E.Fermi”).

La Basilicata è l’unica regione non afflitta dalla criminalità organizzata in maniera soffocante. I conti della Sanità sono in ordine e maneggiati meglio che in altre regioni. Eppure non c’è felicità, in Lucania. Solo malinconia, rancore e frustrazione. La Basilicata è come una Ferrari che sfreccia su mulattiere infinite. Affonda il pedale, ma s’inchioda di continuo nei vuoti del compromesso con la natura. “L’urbanistica è la disciplina che studia la formazione, la trasformazione e il funzionamento dei centri abitati e ne progetta il rinnovamento e la crescita: questo è il vero significato della parola. Riferito a Muro Lucano: sensi unici alternati, strada di penetrazione con gru ancora al lavoro dopo 30 anni dal terremoto” (Andrea Stefania Larito, istituto “L.Da Vinci”).

La vita in Lucania è difficile, a volte. Non è ben collegata perché non ci sono stazioni ferroviarie, se non a Potenza. Non c’è l’aeroporto e, quindi, l’unico servizio di trasporto pubblico sul quale possiamo contare noi ragazzi è il pullman. Non abbiamo infrastrutture così come non abbiamo spazi d’aggregazione (Valentina Rizzo, istituto “F.De Sarlo”).

La Basilicata è una delle regioni più isolate d’Italia, e di questa solitudine celatamente si bea. Io no. E per questo vado via. (Vincenzo Perruolo, istituto “G.Peano”)

Un lucano su tre nel 2065 avrà più di 70 anni (oggi poco più di uno su dieci). Scompariranno tutti i comuni che oggi hanno meno di 2 mila abitanti e quelli con meno di 5 mila saranno ridotti a paesini fantasma, con poche centinaia di residenti. Eppure c’è una Lucania che rifiorisce. Che riparte da dove avevano iniziato i padri. All’Agrario di Lagopesole, provincia di Potenza, lavora un preside che è un moderno Sanders Peirce dell’agricoltura. I ragazzi zappano l’orto della scuola e producono confetture. Modellano formaggi e salame come artisti della ceramica. Fanno i giardinieri ed innaffiano le cantine d’Oltralpe con l’Aglianico del Vulture. Torniamo a fare i contadini. Ma non da morti di fame. Lagopesole è l’emblema di un’altra Lucania. Che non si lamenta, ma fa. Una Lucania che produce e guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.

(a cura di Giuseppe Napoli)