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Usa 2012 – Romney, mission impossible

Mitt Romney
Mitt Romney @LaPresse

Washington – Nelle bancarelle di Washington si comprano per 6 dollari le magliette di Barack Obama “Superpresident”, quelle dedicate all’uccisione di Osama bin Laden, o il modello semplice, sfondo bianco e in azzurro “Obama 2012”. Certo, c’è anche quella dello staff di Mitt Romney, ma se il fiuto degli immigrati cinesi che vendono t-shirt made in Honduras non sbaglia, le presidenziali sono già decise. E il candidato repubblicano sta facendo di tutto per togliere ogni suspense ai prossimi 50 giorni. Gli resta un’unica possibilità di invertire la tendenza: il primo dibattito tv con Obama, il 3 ottobre. Anche se il primo confronto non ha mai invertito i trend.

Secondo gli ultimi sondaggi dell’Huffington Post, Obama ha 237 voti sicuri per la Casa Bianca (ogni Stato esprime un certo numero di grandi elettori, ne servono 270 per vincere). Ma è in testa in Florida, Ohio e Virginia, che assieme valgono 60 voti. Non c’è partita. È bastato che il quotidiano on line Politico riportasse dichiarazioni anonime di malcontento dallo staff di Romney che subito si è iniziata a percepire la disfatta. La “sorpresa di ottobre”, cioè il prevedibile colpo non regolamentare che sempre arriva nelle ultime settimane, sta creando molti imbarazzi a Romney: il video diffuso dal giornale (liberal) Mother Jones in cui il candidato repubblicano, a una cena di sostenitori, spiega che il 47% degli americani non lo voterà mai perché non paga tasse sul reddito e vive sulle spalle di quel governo federale che lui vuole ridimensionare. Anche se ieri il candidato repubblicano ha fatto marcia indietro dicendo che lavora per “il 100% degli americani”. Ma Romney non ha mai voluto rivelare quante tasse lui stesso ha pagato al governo, anche gli elettori repubblicani sono convinti che si tratti di una percentuale così bassa da essere imbarazzante. 

Romney non riesce a trovare il suo momentum, quella fase magica in cui tutto diventa positivo. L’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens in Libia e l’ondata di attacchi alle ambasciate in Medio Oriente sembravano l’occasione giusta, ma il tentativo di Romney di criticare Obama per aver “simpatizzato” con chi ha ispirato quelle rivolte sono state accolte come un eccesso di cinismo.

Le fragilità di Obama in politica estera – dalla questione irrisolta della corsa dell’Iran alla bomba nucleare alla tolleranza per le stragi del regime Assad in Siria – non sono sufficienti a Romney per imporsi. Anche i think tank più conservatori come la Heritage Foundation non vedono in lui un nuovo George W. Bush, duttile strumento per applicare audaci visioni accademiche di egemonia.

Di Romney dicono che sarà ‘più tradizionale’ di Obama, cioè più unilaterale, ma non ci sono particolari ragioni per affidarsi a lui invece che confermare il presidente che ha ucciso Bin Laden. In Ohio, dove ci sono diverse fabbriche di auto, Obama ha tolto a Romney anche il ruolo di paladino del libero commercio: sfruttando i vantaggi che derivano da essere l’incumbent, cioè di poter fare campagna elettorale usando i poteri presidenziali, Obama ha annunciato di voler denunciare la Cina alla Wto (Organizzazione mondiale del commercio) per gli aiuti di Stato che favoriscono i produttori cinesi a scapito di quelli dell’Ohio.

Mossa che può sedurre tanto i liberisti quanto chi chiede al governo protezione dalla concorrenza straniera. L’economia va maluccio ma gli Usa non si percepiscono più come un Paese nel pieno di una crisi finanziaria, cosa che avvantaggia Obama. Ci sarebbe un tema di sicura presa tra i repubblicani: l’Obamacare, l’obbligo per tutti di avere dal gennaio 2014 un’assicurazione sanitaria, misura considerata dalla destra il primo passo verso il socialismo. Però i consiglieri di Romney sanno di non poterne parlare. Perché il compromesso sulla sanità è stato raggiunto usando come modello il sistema del Massachussets. Che quando ha imposto l’obbligo di assicurazione (la sanità è gestita a livello statale, non federale) aveva un governatore repubblicano stimato e di belle speranze: si chiamava Mitt Romney. Ma qualcosa i repubblicani devono inventarsi, ci si attende a giorni l’equivalente del berlusconiano “aboliremo l’Ici”.

Il Fatto Quotidiano, 21 Settembre 2012