Società

Lavorare nel non profit (2): informazioni, casi, considerazioni

Un’aspirazione che coinvolge sogni e piani di milioni di italiani, giovani e non, da maneggiare con cura, per evitare eccessive illusioni o false partenze.

Un Post ‘di servizio’ per iniziare ad avere maggiori chiarimenti. Con dati Istat in corso di (assai tardivo) aggiornamento ed uscita nel 2013, ad oggi: oltre un milione di occupati, 5 milioni di volontari, un’ occupazione di qualità- prevalentementefemminile e giovanile (sotto i 40 anni), con moltissimi disabili impiegati. Una forza dal punto di vista economico, pari 3% del Pil (oltre quello Agricolo), maggiore tenuta occupazionale degli altri settori negli ultimi tre anni nonostante la crisi. Qui e qui per approfondimenti 

Il non profit, con le sue oltre 300.000 associazioni, fondazioni, imprese sociali, è una infrastruttura economico-sociale-valoriale ad altissima densità territoriale. Da piccole organizzazioni sconosciute sul territorio, alle grandi, a presidio di grandi temi: dalla mafia (Libera) all’ambiente (Wwf, Legambiente), dalla tutela degli animali (Lav) alla promozione dello sport dilettantistico, dai diritti delle donne (Aidos) a quello dei disabili, dalla tutela del consumatore alla promozione del consumo equo e solidale (Fairtrade, Altro Mercato), dalla promozione del turismo responsabile e sostenibile a quella della salute nelle sue mille forme , dalla cultura allo scoutismo…potremmo continuare per ore.

Che vede anche molte forme produttive di ‘impresa sociale’, a tutto campo, dal turismo all’energia alternativa, dal giardinaggio alle produzioni artistiche di alto livello, dal vino al biologico, spesso con impiego altamente creativo di persone gravemente disabili, magari in accordo con designer di fama internazionale.

Imprese Sociali che producono in carcere (Padova) ed esportano il panettone più buono del mondo o, con giovani a rischio di devianza, ‘vini galeotti’. Che diventano fondazioni innovative a supporto delle famiglie a tutto campo, imprese sociali multiculturali di (auto) costruzione, housing e co-hausing sociale, impegnate sui territori confiscati alla mafia come la Placido Rizzotto… e migliaia di altri casi.

Un settore quindi destinato ad essere sempre più imprenditoriale e creativo (che solo qualche sprovveduto ed irrispettoso commentatore potrebbe definire ‘passato di moda’).

E con una lunghissima storia, nata in Italia prima di Dante! Si deve infatti alle Misericordie di Firenze (organizzazione laica) l’invenzione dell’Anagafe nel XIII secolo, ed i primi interventi di ‘sussidiarietà’ sul territorio, ‘in partnership’ con il Comune di Firenze, per la prevenzione dell’epidemia di peste.

Che necessita di una managerialità diversa e molto più complessa perché deve perseguire il ‘miglioramento sociale’ (misurandolo anche!) + la tenuta economico finanziaria + la ‘coerenza valoriale’. Dove ‘non profit’ vuol dire che il profitto ( che può esserci) non deve essere redistribuito tra i soci: i quali lavorano per uno stipendio e non per i dividendi, avendo dell’imprenditore ‘for profit’ i rischi ma non i vantaggi economici.

Con un crescente bisogno di professionalità, managerialità, innovazione, linfa fresca anche proveniente dal for profit, di creare formule imprenditoriali più efficaci, anche ‘low profit’ ma sempre orientate al bene comune.

Che poi non sia il mondo dei sogni , sia ricco di contraddizioni con aspetti di forte opacità, l’ho premesso nel precedente post. Sono da 15 anni uno dei più critici del settore, pungolandolo verso la tenuta sui valori (assurdo battersi per il benessere altrui gestendo male i propri operatori, come troppe volte accade), sulla concretezza (la buona causa è importante ma poi i risultati vanno raggiunti e misurati), sugli approcci di cooperazione internazionale (troppo ‘aiuto’ e poco ‘capacity building’, troppa assistenza e poco ‘social business’), sull’innovazione (troppo ‘tappabuchi’ e ripetitività di intervento e poca ‘Innovazione Sociale’). Ma questi difetti sono anche opportunità per chi si avvicina con la mentalità e le competenze giuste.

Chi si appresta – prova ad entrare non deve quindi avere aspettative miracolistiche, non incontrerà San Pietro, ma tante persone molto indaffarate, parecchio ‘auto-sfruttamento’, a volte un po’ di ‘semplicismo’: con anche tantissime persone meravigliose, magari esauste ma piene di voglia di fare.

Un lettore mi ha scritto che il precedente post ha ‘ fatto tornare in me il focolaio, che andava sempre più spegnendosi, del voler lavorare nel non-profit..’

Dedicheremo i prossimi post al ‘come’ avvicinarsi e/o entrare in questo settore dati anche tempi non brillanti, ed a storie di successo di persone comunissime ma molto determinate sul loro sogno, che ci sono riuscite.