Politica

Bersani fa l’offeso, ma è il Pd che odia Grillo

Chi ha cominciato prima, il “piduista” o il “fascista”? Il rapporto tra Beppe Grillo e centrosinistra, ormai più devastato che conflittuale, non è sempre stato così. E il primo a chiudere la porta in faccia all’altro non è stato il Savonarola genovese. Fino al V-Day dell’8 settembre 2007 a Bologna, Grillo era un artista gradito alla sinistra. Non il più amato, perché già allora refrattario alla irreggimentazione, ma piaceva anche alle Feste dell’Unità. Che ha frequentato fino al 2007.

La famosa battuta anti-Craxi del 15 novembre 1986, a Fantastico 7, fu estemporanea. Negli anni Ottanta, Grillo era un comico più da Sanremo che da satira. Nazionalpopolare e neanche troppo di sinistra. Con l’inizio dei Novanta vira verso la “satira economico-ecologica”.

Il suo primo spettacolo, “Buone notizie”, vede la regia di Giorgio Gaber e i testi di Michele Serra. Grillo scompare dalla tivù, vivendo di controinformazione nei palazzetti. Parte della sinistra lo perde di vista. A inizio 2005, vara il blog. Nel 2006 dichiara che voterà un partito minore della coalizione Prodi. Probabilmente i Verdi. Un sostegno poco convinto, dettato dal desiderio di sconfiggere Berlusconi. Grillo usava già allora il blog per iniziative popolari, come la raccolta di mail anti-guerra da consegnare a Ciampi. Il comico incontrò anche Prodi, per consegnarli il programma delle primarie on line. Risultato: “Prima ha chiuso gli occhi per concentrarsi, poi si è appisolato”.

Vinte di misura le elezioni, il centrosinistra ripaga la fiducia con mosse – o non mosse – che tradiscono le attese: Mastella alla Giustizia, indulto, mancata risoluzione del conflitto di interessi, non cancellazione delle leggi vergogna. È qui che Grillo comincia a pensare ai V-Day. Catalizzando, contro quasi tutti i media, milioni di delusi di sinistra che costituiscono il nucleo storico del “grillismo”. Venerdì di Repubblica lo crivella. I vaffa di Bologna sono soprattutto per la destra, ma anche per la sinistra. Eugenio Scalfari, piccato come solo quando gli tocchi Monti, lo accusa di svariate nefandezze politiche. Grillo approda così al “Meglio un nemico vero di un amico finto”. Il neonato Pd diventa “Pdmenoelle”, Prodi “Alzheimer”, Veltroni “Topo Gigio”. L’attuale segretario del Pd, Bersani, inizialmente, a Grillo non dispiaceva come ministro per lo Sviluppo Economico. Sembrava voler colpire le “caste”: dei tassisti, degli avvocati. Il 15 ottobre 2007 cambia tutto. Bersani non è ancora l’uomo che “ha ricevuto 98mila euro da Riva, il padrone dell’Ilva” e “lo zombie politico” che ha “agito in accordo con ex fascisti e piduisti per un ventennio”. Ma è già il “Gargamella” che scrive ai ministri Turco e Mastella per indagare sulla Federazione regionale Emilia Romagna degli Ordini dei Medici chirurghi, “rea” di avere chiesto a presidenti di Provincia e sindaci di non procedere alla concessione di nuovi termovalorizzatori. “Forse Bersanetor vuole mettere i medici in galera e i cittadini nei cimiteri dopo aver respirato i fumi degli inceneritori”.

Fino a quasi tutto il 2006, molta sinistra era vicina a Grillo. Il blog sostenne Nichi Vendola e le ironie, se c’erano, risultavano lievi. Come quelle su Fausto Bertinotti, sbertucciato perché convinto che “@” si scrivesse “chiocciola” (battuta poi riadattata su Vittorio Sgarbi). Ora, accanto a Grillo, di sinistra è rimasto giusto Willer Bordon. E nel Pd sono pochi a non demonizzarlo: Mario Adinolfi, Pippo Civati, Paola Concia. La rottura è diventata solco. Grillo ha portato le 350mila firme del Vday in Parlamento, ma sono state insabbiate . Le battaglie sui candidati incensurati, che Grillo avrebbe ceduto alla sinistra, rimangono utopia. Grillo ha chiesto Il 13 luglio 2009 la tessera del Pd per partecipare alle primarie, ma gli è stata negata perché “Il Pd non è un pullman su cui si sale e scende”.

Nel 2008, con la consueta lungimiranza politica, Veltroni esortava a non considerarlo: tanto non sarebbe andato da nessuna parte. Ora Repubblica fa la guerra più a lui che al centrodestra, Enrico Letta si lascia scappare la verità freudiana del “meglio votare Berlusconi che Grillo” e Bersani lo paragona con scarsa fantasia a un fascista. Prima l’amore tiepido, quindi la sottovalutazione altezzosa, infine la scomunica livida. Acuita da altri eventi: i referendum su nucleare e acqua pubblica, prima osteggiati e poi festeggiati da Bersani; lo Scudo Fiscale passato grazie alle assenze di onorevoli Pd; il lisergico “A Parma non abbiamo perso, abbiamo non vinto”; e l’appiattimento del Pd, con stampa annessa, su Monti. Grillo fa di tutto per risultare spesso indifendibile, tra iperboli irrisolte e battute da cazzaro un po’ stanco, ma non ha chiuso lui con la sinistra. L’ulteriore strappo è arrivato da Giorgio Napolitano, che lo scorso 25 aprile ha esalato un monito vibrante contro i qualunquisti eredi di Giannini. Cioè contro Grillo, divenuto nel frattempo “il” nemico, poiché accreditato di un inaccettabile 20 percento. Di lì a poco, il “boom” non sentito alle amministrative. E la sequela frustrata di “populista”, “qualunquista”, “demagogo”, “antipolitica” , “Mussolini”, “nuovo Berlusconi” e “fascista del web”. Scagliate dall’intellighenzia. Dai “noi siamo la sinistra e voi non siete un cazzo” (per usare il gergo di Grillo, in quel caso Marchese). Se il Pd intendeva riconquistare i delusi, il suo corteggiamento si rivela assai strano. Più demonizza il Movimento 5 Stelle, più ne fa il gioco. Rivelandosi un alleato mirabile, benchè ovviamente inconsapevole.

Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2012