Cultura

Battaglia di Anghiari: il Don Rodrigo Renzi e il Don Abbondio Ornaghi

“Caro ministro, la città di Firenze non accetterà mai…”. “Non le abbiamo chiesto la luna”, la sua è una “posizione pilatesca”. E ancora “se Ella e i suoi collaboratori preferiscono prendere tempo, non esprimendosi, non sarà la mia amministrazione a giocare al rinvio”, perché “noi siamo seri”. E poi la bordata finale: “se il ministro oggi ha paura ad autorizzare ciò che viene autorizzato costantemente in tutti i restauri del mondo, aspetteremo che cambi Governo”.

Ma che mai avrà fatto il ministro Lorenzo Ornaghi alla città di Firenze? Ha spostato gli Uffizi nella sua Milano? Ha inviato in dono il David di Michelangelo alla Merkel, in segno di sottomissione? E cosa può aver spinto Matteo Renzi a trattare Ornaghi come nessun esponente del Pd ha trattato nessun ministro di Monti, usando un vocabolario e un’aggressività che manco Fassina con la Fornero?

Ornaghi, in verità non ha fatto nulla (il che, bisogna riconoscere, gli riesce perfettamente). È stata invece la soprintendente di Firenze, Cristina Acidini, a rispondere al sindaco che proprio non era possibile violare le leggi di tutela e l’etica del restauro per permettere a Renzi e alla squadra guidata dall’ingegner Maurizio Seracini di smontare gli affreschi di Giorgio Vasari nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio per cercare il fantasma della Battaglia di Anghiari di Leonardo, che ossessiona il sindaco almeno quanto il sesso ossessiona Berlusconi. Ma il rottamatore ed aspirante premier non distingue tra decisioni tecnico-scientifiche dei funzionari del Mibac e competenze del ministro: per lui tutto è nella disponibilità della politica. Cioè nella sua.

Quindi prende carta e penna, e giù insulti a Ornaghi in nome e per conto della “città” (con cui si identifica, come il Re Sole con lo Stato). E la lettera è un testo chiave per chi vuol capire Matteo Renzi, il più incredibile portatore sano di cultura della politica italiana: nel senso che ne parla in continuazione senza esserne minimamente affetto. Vediamone i punti salienti.

“Le ricerche dell’ingegner Seracini, supportate dalla città di Firenze … hanno prodotto risultati inoppugnabili … sotto il Vasari c’è un’opera pittorica”. Falso. Seracini ha prelevato dietro il Vasari dei campioni che ha fatto analizzare in due laboratori di sua fiducia, e poi ha comunicato (in conferenza stampa, non in sede scientifica, si badi) che era stato rinvenuto del colore, e un colore che avrebbe usato solo Leonardo. Nessun altro laboratorio terzo ha potuto fare delle controanalisi, e dunque bisogna fidarsi della parola di un team sponsorizzato da un canale di docu-fiction (National Geographic) che ci ha costruito sopra un lucrosissimo (e terrificante) documentario ben prima che qualcuno abbia potuto verificare i risultati della ‘ricerca’. E dopo aver annunciato, in consiglio comunale, che i campioni sarebbero infine stati analizzati dall’Opificio delle Pietre Dure del Mibac, Renzi ha dovuto fare marcia indietro con la coda tra le gambe, confessando che  – guarda caso – il materiale era stato esaurito nelle analisi di Seracini, e che ormai nessuna verifica era possibile. Dunque: bisogna credere, alla faccia di Galileo. E ora che la soprintendenza di Firenze gli concederebbe di reinserire le sonde nei fori già praticati sul Vasari, e dunque di poter dare finalmente un corpo scientifico a questa carnevalata, ebbene Renzi che fa? Rovescia il tavolo, e insulta Ornaghi dicendo che o si stacca Vasari o niente. Un modo scomposto di uscire dall’angolo e di gettare sabbia mediatica negli occhi degli osservatori internazionali, che a questo punto cominciano a perdersi nei meandri di una vicenda sempre più italicamente surreale.

“Per correttezza ho il dovere di dirLe – è ancora Renzi a Ornaghi – che la Città pubblicherà la ricerca di Seracini”. E questa è davvero meravigliosa: una città che pubblica una ricerca scientifica. Nemmeno nella Russia sovietica il controllo dell’autorità politica sulla ricerca e sulla conoscenza era così diretta. Renzi non promuove, non sostiene, non auspica: no, lui pubblica, come se fosse il Cnr o un intero dipartimento universitario. Il municipio di Parigi concede borse di studio che consentono a giovani italiani che studiano, non so, il greco di condurre liberamente la loro ricerca: il comune, anzi la città, di Firenze pubblica direttamente le sue ricerche.

“Nel corso di questi mesi la mia amministrazione ha fatto della cultura la chiave di volta del proprio mandato … la ricerca della Battaglia di Anghiari per noi sta in questa logica di investimento sulla cultura come sfida identitaria per la città.” E l’eterno candidato alle primarie del Pd non è nemmeno sfiorato dall’idea che la cultura sia rigore, dubbio, apertura ai controlli terzi, verifica continua. No, per lui è una sfida all’ultimo sangue con i “professoroni”. Fino alla comica finale, o semifinale, di Ferragosto.

Se il prossimo governo dovesse essere guidato da Renzi, il Paese può dormire tranquillo: Giorgio Vasari, questo pericoloso nemico della cultura italiana, avrà i minuti contati.

Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2012