Economia & Lobby

Mettere la parola fine alla crisi

Nel suo ultimo libro, Paul Krugman spiega perché né gli Stati Unitil’Europa sono riusciti a uscire dalla crisi, con costi umani e sociali troppo alti. È tempo di governare i problemi in un quadro istituzionale e politico internazionale cooperativo, per far sì che alle carenze di domanda privata sopperisca la spesa pubblica. Uno strumento che i Piigs europei, per esempio, non possono utilizzare unilateralmente. E dunque la ricetta per l’Europa dell’euroscettico premio Nobel muove da un elemento comune alle tesi di chi chiede più integrazione nell’Unione: la Bce deve garantire la stabilità finanziaria, com’è dovere di una banca centrale.

di Andrea Boitani* (Lavoce.info)

Paul Krugman ha la capacità di mettere in ordine, in plain English, quello che tanti pensano, magari in parte e confusamente. End this depression now (New York, Norton, 2012) chiarisce molti aspetti della crisi in cui siamo precipitati da quattro anni; spiega come e perché né gli Stati Uniti né l’Europa sono riusciti a uscirne; rivela i difetti del pensiero economico e politico che hanno contribuito prima al verificarsi del disastro e poi ai mancati o troppo deboli rimedi; individua ciò che si dovrebbe fare, rispettivamente negli Stati Uniti e in Europa (in particolare nell’area euro).

Il fattore umano

La prospettiva assunta da Krugman è diversa da quella prevalente tra gli economisti di oggi, ma identica a quella di John Maynard Keynes negli anni Trenta del secolo scorso: i costi umani e sociali di una prolungata depressione sono veramente troppo alti per essere sopportati passivamente. Il riferimento è, come ovvio, all’elevata disoccupazione involontaria, ma anche all’aumento della durata della disoccupazione (con la conseguente difficile ri-occupabilità dei lavoratori), al permanente peggioramento delle prospettive di carriera e di reddito, alla crescita della povertà. E questi costi sono dovuti, secondo Krugman, alla carenza di domanda aggregata in cui la crisi finanziaria del 2007-2008 ha precipitato il mondo. In breve, quella crisi ha determinato una brusca interruzione del circuito del credito e una forzata tendenza dei soggetti (privati) debitori (imprese, banche, famiglie) a ridurre i propri debiti (è questo il deleveraging). L’immediata reazione della Fed (e in misura minore della Bce) ha portato i tassi di interesse nominali vicini a zero, il limite inferiore oltre il quale non possono scendere. Ma le spese per consumi e, di conseguenza, quelle per investimenti sono rimaste stagnanti (o si sono ridotte), col risultato di far rimanere alto (e anzi di far crescere) il tasso di disoccupazione. “E questa è la trappola della liquidità: è quello che succede quando zero non è abbastanza basso, quando la Fed ha saturato l’economia di liquidità al punto che tenere più contanti non costa nulla e tuttavia la domanda rimane troppo bassa” (pp. 33-34). È allora necessario che alle carenze di domanda privata sopperisca la spesa pubblica, esattamente come aveva predicato Keynes, senza aspettare la terza guerra mondiale. E lo faccia in maniera massiccia e ferma, non con mano tremante, come – secondo Krugman – ha fatto Obama negli Stati Uniti (ma almeno Obama qualcosa ha fatto…).

Batteria scarica e moralismo dell’austerità

Secondo Krugman, le ragioni che causano gli elevatissimi costi sociali che stiamo vivendo su entrambe le sponde dell’Atlantico non sono “strutturali”. Non c’è nessun difetto incurabile del capitalismo: anche la disordinata deregolamentazione dei mercati finanziari può (deve) essere corretta (e non lo si sta facendo). È come quando l’automobile non va perché ha la batteria scarica: il motore non è rotto e la macchina non è da buttare. Bisogna ricaricare la batteria o metterne una nuova. Ma non dobbiamo neanche farci intrappolare da ragionamenti moralistici, per cui la crisi è la conseguenza di passati peccati (l’alto debito, privato o pubblico che sia) e i costi sociali che oggi sopportiamo altro non sono che l’austerità necessaria a scontare quei supposti peccati. Né dobbiamo farci irretire dall’indimostrato (e indimostrabile) assioma liquidazionista di Joseph Schumpeter, secondo cui la ripresa è sana solo se viene da sola (p. 204). Un liquidazionismo criticato a fondo anche da Milton Friedman (uno dei campioni del liberismo nel secolo scorso), ma riportato in auge di recente da qualche economista di poche letture.

Deficit e debito sono trattabili

Sia chiaro: per Krugman, dire che è possibile mettere fine all’attuale depressione economica con una politica di sostegno pubblico alla domanda globale non significa sostenere che l’ampliamento dei deficit pubblici e l’accumulazione dei debiti pubblici non costituiscano un problema. Né che l’espansione della spesa sia uno strumento disponibile per tutti i paesi: quelli più colpiti dal rischio default, come i Piigs europei, non hanno alcuno spazio per incrementare la spesa unilateralmente. Il punto è che, in un quadro istituzionale e politico internazionale cooperativo, questi problemi possono essere governati con costi sociali assai inferiori a quelli dell’attuale depressione. Né vale invocare l’esperienza giapponese per affermare che le politiche espansive hanno avuto solo l’effetto di far aumentare il deficit pubblico. In Giappone il deficit pubblico è cresciuto quando sono state tentate politiche di consolidamento fiscale (governo Hashimoto, 1997-1998; governo Koizumi, 2001-2003) e si è ridotto quando sono state tentate politiche espansive (governi Obuchi e Mori, 1999-2001 e governo Abe, 2003-2004).

Correlazione e casualità

Istituire poi una direzione causale alla correlazione tra alto rapporto debito/Pil e bassa crescita è sbagliato. Una correlazione (come quella indicata da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff) è solo una correlazione (1): può essere che si crei un alto rapporto debito/Pil perché l’economia cresce poco (le entrate fiscali si contraggono, le spese per ammortizzatori sociali crescono – quindi aumenta il deficit – e il Pil non cresce, come nell’esperienza giapponese) o può essere che il debito alto causi una bassa crescita (perché i risparmi delle famiglie sono impegnati in titoli del debito pubblico e non possono affluire agli investimenti produttivi). Il punto è che, nel mezzo di una crisi, lo spiazzamento degli investimenti privati da parte del deficit pubblico (e del debito che serve a finanziarlo) è minimo, se non nullo, perché i risparmi sono comunque maggiori degli investimenti privati e i tassi di interesse sono bassissimi. Quindi, nel mezzo di una crisi, è molto probabile che la direzione di causalità sia la prima: dalla bassa crescita (o dalla decrescita) all’elevato e crescente rapporto debito/Pil.

Ripresa Vs crescita potenziale

E qui si apre un altro tema, su cui Krugman non si sofferma più di tanto, ma che merita qualche annotazione. Chiedo scusa se può apparire scolastico. Sempre più spesso capita di leggere articoli che confondono crescita potenziale o di lungo periodo e ripresa o uscita dalla crisi. Innalzare la crescita potenziale richiede certamente riforme strutturali “dal lato dell’offerta”, maggiore concorrenza, aumento delle spese per la ricerca e l’innovazione: insomma tutto ciò che serve a innalzare la “produttività totale dei fattori”. Tutti cambiamenti che richiedono tempo e sono efficaci nel corso degli anni. Si tratta di quei cambiamenti che, proprio perché non fatti, hanno finito per vanificare le politiche espansive attuate in Giappone tra 1997 e 2003 (con molti stop and go e molte contraddizioni). Ma la ripresa da una depressione in cui vi è ampia capacità inutilizzata si può ottenere presto, agendo dal lato della domanda, cioè riempiendo con la spesa pubblica i vuoti di spesa privata. La letteratura sugli effetti della politica fiscale è ormai amplissima (Krugman vi dedica un poscritto al suo libro) e in massima parte conferma che i moltiplicatori hanno il segno “giusto” (positivo), cioè quello previsto da Keynes, e sono tanto più grandi quanto più acuta è la fase depressiva in cui ci si trova. L’evidenza empirica e le simulazioni dei modelli utilizzati dalla Fed, dalla Bce, dall’Ocse e altri, mostrano come una politica di espansione della spesa abbia effetti positivi sul Pil e sui consumi e una politica di austerità abbia effetti negativi (che si protraggono nel tempo). (2) Sappiamo tutti che il sostegno pubblico non può essere permanente e, anzi, è tanto più efficace quanto più “temporaneo” e concentrato nel tempo. Sappiamo che la temporanea accelerazione della crescita sostenuta dalla spesa pubblica non può essere mantenuta se nel frattempo non sono state create le condizioni per un aumento del tasso di crescita potenziale (e per questo le riforme non vanno rimandate). Ma confondere uscita dalla depressione e aumento della crescita potenziale ha solo l’effetto di far sparire il terreno della politica espansiva (o anti-depressiva).

Eurodammerung

Alla peculiare crisi europea Krugman dedica il capitolo 10 del suo libro. Si sa: Krugman è sempre stato un euroscettico (come molti altri economisti americani). Aveva visto vent’anni fa quello che molti economisti europei si rifiutavano di vedere e cioè che un insieme di regole di buon comportamento fiscale (leggi: Trattato di Maastricht e poi Patto di stabilità) non sarebbero state sufficienti a tenere insieme un’unione monetaria tra paesi sovrani, che scambiano molto, ma tra i quali la mobilità del lavoro è ancora estremamente ridotta e che non hanno un bilancio federale. Quando la crisi avesse colpito “asimmetricamente” diversi paesi, cosa avrebbe potuto salvare l’euro e i cittadini europei dalla tempesta, senza la possibilità di modificare i tassi di cambio tra le diverse valute (che non esistevano più)?
La tempesta è arrivata dagli Usa nel 2008. Se l’Europa fosse stata davvero unita avrebbe potuto resistere (ancora oggi i rapporti fondamentali debito/Pil, deficit/Pil, a livello aggregato, sono migliori di quelli americani). Ma il disegno istituzionale dell’unione monetaria era zoppo: mancava un governo comune della politica fiscale e un bilancio federale. E anche la Bce non è poi tanto una Banca centrale, dal momento che non può essere chiamata a fare da prestatore di ultima istanza e neppure (si dice) a comprare i titoli dei paesi in difficoltà. Già, perché si tratta di titoli dei singoli paesi e non dell’Unione Europea e, quindi, ogni acquisto di titoli di un paese in difficoltà è percepito dagli altri come un trasferimento dalla virtù al vizio (la difficoltà essendo, per definizione, frutto del vizio, secondo la morale teutonica prevalente).
La ricetta di Krugman per evitare l’Eurodämmerung è apparentemente semplice: una politica monetaria più espansiva da parte della Bce, con dichiarato obiettivo di innalzare l’inflazione media dell’Eurozona e di stabilizzare gli spread tra i rendimenti dei titoli dei Piigs e quelli tedeschi; un forte stimolo fiscale in Germania e in qualche paese satellite, mentre i paesi in deficit dovrebbero continuare a perseguire l’austerità fiscale, anche se con un percorso di rientro socialmente più sopportabile di quello previsto dal fiscal compact. L’espansione monetaria e la reflazione tedesca consentirebbero di rendere più bilanciato il riequilibrio delle bilance delle partite correnti (con un aumento della competitività ottenuto non solo con la svalutazione interna dei paesi deboli, ma anche con una robusta rivalutazione interna dei paesi forti).
Francamente, è difficile dire se la strategia raccomandata da Krugman abbia più probabilità di trovare il favore delle élite politico-economiche europee (francesi e tedesche in particolare) di quella suggerita da molti su questo sito [Carlomagno 28.06.12; De Grauwe 06.07.12; Bordignon 20.07.12; Boeri 24.07.12], che prevede un’accelerazione dell’integrazione economica (fiscale in particolare) e politica dell’Europa per arrivare rapidamente a un bilancio federale e a un governo federale democraticamente eletto, capace di assorbire almeno in parte gli shock asimmetrici e anche di commissariare gli stati “fallimentari”, senza che si scateni l’apocalisse finanziaria e che i cittadini di quegli stati debbano morire di fame (tirare un po’ la cinghia sì, però). Ma il primo passo è comune: la Bce deve cominciare a fare la banca centrale sul serio, per rispettare il dovere fondamentale di ogni banca centrale, cioè garantire la stabilità finanziaria. E già questo è difficile da far digerire ai tedeschi…

(1) Carmen M. Reinhart, Kenneth S. Rogoff (2009), This Time is Different, Princeton, Princeton University Press.
(2) Ball L., Leigh D., Loungani P. (2011), “Painful medicine”, Finance & Development, September 2011; Guajardo J., Leigh D., Pescatori A. (2011), “Expansionary austerity: new international evidence”, IMF Working Paper, WP/11/158.; Coenen G., Erceg C.J. et al (2012), “Effects of fiscal stimulus in structural models”, American Economic Journal, 4(1), 22-68.

*Ha ottenuto l’M.Phil. alla Università di Cambridge, dove ha anche svolto attività di insegnamento. Attualmente, insegna Economia politica all’Università Cattolica di Milano ed Economia della regolazione al Master in Economia pubblica e al Dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche, presso la stessa università. Ha fatto parte della Commissione Tecnica per la spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1993 fino al suo scioglimento, nel 2003. E’ stato consigliere economico del Ministro dei Trasporti e componente delle commissioni incaricate di predisporre il Piano Generale dei Trasporti (1999-2001) e il Piano Nazionale della Logistica (2004-2005). E’ autore di varie pubblicazioni nei campi della Macroeconomia e dell’economia della regolazione e dei trasporti.