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Libia, le prime elezioni dopo Gheddafi. In testa Jibril, laico e liberale

In vantaggio il leader della National Forces Alliance (Nfa). In caso di vittoria, sarebbe il primo tra i paesi della Primavera araba in cui non vince un partito religioso. Affluenza superiore al 60 per cento. Da assegnare i 200 seggi del Congresso generale nazionale

Per i risultati ufficiali bisognerà attendere ancora qualche ora. Forse saranno resi noti nella tarda serata di lunedì o forse martedì mattina. Nonostante ciò, le prime elezioni libere della Libia contemporanea, sabato scorso, sono già state etichettate come un “successo” dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon. In un comunicato diffuso dal suo ufficio, il segretario generale rileva che il voto di sabato è stato “ben organizzato e trasparente”, nonostante il fatto che alcuni cittadini abbiano “dovuto affrontare minacce alla propria sicurezza”. L’unico dato finora diffuso da parte della commissione elettorale, è quello sull’affluenza, superiore al 60 per cento. In ballo, ci sono i 200 seggi del Congresso generale nazionale, che avrà come primo compito quello di scrivere la costituzione della Libia post-Gheddafi.

Ban Ki Moon ha auspicato che chiunque esca vincitore dalle urne, attenda a questo compito “con spirito di inclusione, giustizia e riconciliazione tra tutti i libici”. Un’eco delle sue parole si può sentire nel discorso che ha tenuto Mahmoud Jibril, già leader del Consiglio nazionale di transizione, e capo della National Forces Alliance (Nfa) una coalizione di circa 60 partiti – sono più di 150 le liste elettorali – che, secondo i dati ufficiosi che circolano sulle agenzie di stampa internazionali, avrebbe vinto le elezioni. “Chiunque vinca, oggi è una vittoria per la Libia e per i libici – ha detto Jibril – Lanciamo un appello onesto al dialogo nazionale e a formare un’unica grande coalizione, sotto una sola bandiera”. Questo invito, esteso nelle parole di Jibril “a tutti i partiti politici attivi oggi in Libia” dovrebbe servire a disinnescare le tensioni che nei giorni scorsi avevano fatto temere il peggio per la tornata elettorale e che gettano comunque un’ombra sul futuro prossimo del paese.

Parole concilianti sono arrivate anche da Mohammed Sawan, uno dei leader del partito di ispirazione islamsita Giustizia e Ricostruzione. Sawan ha ammesso che la Nfa è in testa in tutte le principali città, tranne Misurata, e in particolare a Tripoli e Bengasi. Se la vittoria di Jibril, leader di un fronte “liberale” e laico sarà confermata dai dati ufficiali, la Libia potrebbe essere il primo caso di elezioni dopo le Primavere arabe in cui non vincono i partiti religiosi. Non è ancora detto, stando almeno alle parole di Sawan, secondo il quale “è in corso un testa a testa nelle regioni del sud”, quelle peraltro più problematiche dal punto di vista della trasparenza del voto. Secondo i media libici, l’Nfa avrebbe avuto l’80 per cento dei voti nel distretto elettorale di Tripoli centro, e il 90 per cento nella zona popolare di Abu Sim. Percentuali simili (70 per cento) a Bengasi e 80 per cento ad al-Bayda, città natale di uno dei leader della transizione, Mustafa Abdel Jalil.

Faisal Krekshi, segretario generale dell’Nfa, ha detto all’emittente panaraba Al Jazeera che “i primi risultati mostrano che la coalizione vince in tutte le principali circoscrizioni elettorali”. La Commissione elettorale, comunque, rimane molto cauta e non fornisce cifre ufficiali per evitare – dice un comunicato – di creare “false attese che possano confondere gli elettori”. Ian Martin, capo della missione Onu nel paese, da Tripoli, ha detto ai reporter di essere molto soddisfatto per una giornata elettorale che è andata meglio “di quanto ciascuno di noi avrebbe creduto”. Gli incidenti di rilievo sarebbero stati solo marginali, con qualche atto di sabotaggio nell’est del paese e una persona uccisa ad Ajdabiya, dove un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco contro un seggio elettorale. Domenica, anzi, si è interrotto anche lo sciopero lanciato dai lavoratori degli impianti petroliferi della Cirenaica che contestavano la distribuzione dei seggi, secondo loro sfavorevole all’est del paese che ha pagato il prezzo più alto durante la rivolta prima e la guerra civile poi. Un avvertimento, però, non manca: “Spero che il lungo processo di conta dei voti non possa dare adito a sospetti”, ha detto Martin. Man mano che saranno resi noti i dati regionali, peraltro, si potrà capire se dalle prime elezioni libere tenute nel paese emerge una qualche forza “nazionale” o se il sistema di coalizione escogitato dall’Nfa serva solo a “tradurre” su scala nazionale lealtà politiche localizzate, quando non tribali.

di Joseph Zarlingo