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Europa e crisi, l’economia ridisegna le frontiere?

La libertà di circolazione dei cittadini comunitari in Europa è ormai messa in discussione da più parti. Ieri, il Guardian ci ha informati delle intenzioni del governo inglese di imporre limiti e controlli severi alla circolazione dei cittadini greci nel territorio inglese, qualora la Grecia uscisse dalla moneta unica. David Cameron, infatti, ha dichiarato che il suo governo sta verificando diverse soluzioni legali per privare i cittadini greci del loro diritto alla libera circolazione in tutta l’Unione europea, nel caso in cui la crisi dell’eurozona dovesse creare “stress e tensioni”. “Sarei disposto a fare qualsiasi cosa per mantenere il nostro paese sicuro, per mantenere il nostro sistema bancario forte, per mantenere la nostra economia solida. In fin dei conti, come primo ministro, è questo il mio primo dovere“, ha affermato Cameron, come se la presenza dei cittadini greci nel territorio inglese, con la dracma al posto degli euro in tasca, rappresentasse, di per sé, una minaccia per la sicurezza oltre che per il sistema bancario inglese.

Di tutt’altro avviso, invece, appare l’omologo portoghese di Cameron, Pedro Passos Coelho, che, – secondo quanto riportato due giorni fa dal Financial Times –, come soluzione alla crescente disoccupazione (quella giovanile ha raggiunto il 36,6% e quella generale arriva al 15,2%), propone ai propri cittadini di lasciare il paese, di andare cioè a cercare lavoro all’estero. I portoghesi, secondo Passos Coelho, dovrebbero fare “uno sforzo” ed emigrare in altri paesi. Ovvio che, secondo quanto dichiarato da Cameron, i lavoratori portoghesi, decisi finalmente a fare “lo sforzo” richiesto, non potranno avere facile accesso in Inghilterra. 

Le dichiarazioni di Cameron, però, non giungono del tutto inaspettate. Già il 21 giugno scorso, Ed Miliband, leader del partito laburista inglese, in un’intervista rilasciata al Guardian, faceva autocritica e auspicava, per il futuro, politiche migratorie maggiormente restrittive. Miliband – il cui nonno, tra l’altro, era un lavoratore immigrato in Inghilterra – non esclude che tali politiche restrittive riguardino anche i lavoratori comunitari

L’Inghilterra, però, non sembra essere, in questo momento, l’unico paese dell’Unione europea ad ipotizzare il ripristino delle frontiere e dei limiti alla circolazione dei cittadini comunitari. Diversi sono i paesi europei che si stanno attrezzando in tal senso. Certo, per ora, si tratta di misure “estreme”, pensate cioè soltanto per affrontare, in un’eventuale futuro, “circostanze eccezionali” (anche se, finora, nessuno ha spiegato nel dettaglio cosa si intenda esattamente per “circostanze eccezionali”). Di “circostanze eccezionali”, infatti, parla anche il documento d’intesa tra i ministri dell’area Schengen, del 7 giugno scorso, che prevede il ripristino dei controlli sui confini interni per un periodo di sei mesi, prolungabile per altri sei mesi, nel caso in cui, a causa di “circostanze eccezionali”, non siano più assicurati adeguati controlli sulle frontiere esterne

Tutto ciò, consente di dire che – seppur ancora in assenza di atti concreti – il ritorno alle frontiere interne nell’ambito dell’Unione europea non è da considerarsi pura fantascienza.  Anzi, con l’acuirsi della crisi, tale orizzonte politico (e geografico) diventa sempre più prossimo e familiare. La soluzione alla crisi economica proposta dagli attuali governi non passa, evidentemente, soltanto dal pareggio di bilancio, dal taglio dei salari, dello stato sociale, dell’istruzione e della sanità pubblica, ma anche dall’aumento della competizione tra i lavoratori comunitari. Infatti, non vi è chi non veda che l’ipotesi di ripristino delle frontiere e del rigido controllo della mobilità dei lavoratori comunitari, può significare soprattutto una cosa: la creazione di masse di lavoratori clandestini anche tra i lavoratori comunitari. Argomento ben noto, questo, ormai da decenni, ai lavoratori non-comunitari. Del resto, alle imprese europee, servono lavoratori docili, precari, ricattabili, senza diritti e disposti a lavorare con salari sempre più bassi. Cioè, per essere chiari, servono più lavoratori clandestini.