Cronaca

Banca popolare di Milano, l’ombra della ‘ndrangheta nell’inchiesta su Ponzellini

Secondo indiscrezioni trapelate dagli investigatori, il gruppo Valle-Lampada avrebbe avuto rapporti d'affari nel settore dei videopoker con la Atlantis del latitante Corallo, beneficiario di un finanziamento da 148 milioni erogato dall'istituto di credito. Che i pm giudicano "incomprensibile" e in odore di "riciclaggio"

I soldi della Banca popolare di Milano alla Atlantis del latitante Francesco Corallo, concessionaria dei Monopoli di Stato per videopoker e slot machine. E la Atlantis, a sua volta, avrebbe dato in concessione alcune sale giochi ad aziende di Giulio Giuseppe Lampada, arrestato a Milano il 30 novembre per associazione mafiosa, con l’accusa di essere la mente economica del clan Valle, legato ai Condello di Reggio Calabria. E’ un’indiscrezione che trapela dall’inchiesta  che ha portato agli arresti domiciliari l’ex presidente dello storico istituto bancario milanese Massimo Ponzellini

Tra le accuse mosse a Ponzellini c’è appunto un finanziamento di 148 milioni di euro, che nelle carte i pm Roberto Pellicano e Mauro Clerici definiscono “incomprensibile” e in odore di “riciclaggio”, alla Atlantis Betplus di Francesco Corallo, attualmente latitante. Francesco è figlio di Gaetano Corallo, uomo di Nitto Santapaola condannato negli anni Ottanta nel processo per l’assalto politico-mafioso al casino di Sanremo. La Atlantis Betplus è una delle dieci concessionarie ufficiali dei Monopoli di Stato per la gestione di videopoker e slot.

Ora la storia potrebbe arricchirsi di un nuovo capitolo imbarazzante, se venisse confermato anche il rapporto economico tra Atlantis e il gruppo Valle-Lampada. Diversi esponenti della famiglia Valle, originaria di Reggio ma trapiantata da decenni nel milanese, sono stati arrestati per associazione mafiosa, usura e altri reati nel luglio del 2010, e attualmente sono sotto processo. A novembre del 2011 sono finiti in carcere Francesco Lampada, marito di Maria Valle, e suo fratello Giulio Giuseppe. Quest’ultimo, considerato la mente economica del clan, anche con l’accusa di associazione mafiosa. 

Nella galassia imprenditoriale dei Valle-Lampada le “macchinette” del gioco d’azzardo di Stato sono un pilastro fondamentale. “Nel febbraio 2010, secondo i Monopoli, le macchine” riconducibili ai Valle-Lampada a Milano e provincia “erano divenute 347, collocate in 92 locali”, scrivono gli investigatori nell’ordine di custodia. Per un fatturato “dai 25 ai 50 mila euro al giorno”. Secondo l’accusa, il business è gestito in modo completamente illegale, con le macchinette scollegate dalla rete telematica dei Monopoli (un modo per abbattere la quota di guadagni da girare allo Stato) e pagamenti in nero alla concessionaria Gamenet.