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La vera storia del buco di JP Morgan

Dai tempi del crac del Long Term Capital Management sembra che anche i trader finiscano per sottovalutare i rischi, facendo danni enormi. Anche perché spesso riescono a influenzare le regole. Jamie Dimon siede nel consiglio della Fed di New York, che dovrebbe controllare le grandi banche. Come la sua

Non è ancora chiara la dinamica della enorme perdita, stimata parzialmente a due miliardi di dollari, prodottasi nella struttura londinese di JPMorgan nota come Chief Investment Office (CIO) tra la fine del primo trimestre e la precipitosa conferenza stampa convocata dal dominus della banca, Jamie Dimon, pochi giorni addietro. Le ipotesi sono diverse, tutte verosimili. Si è parlato (lo ha fatto lo stesso Dimon) di incaute operazioni di “copertura”, ma pare evidente che di copertura non si trattasse. Intanto, il CIO ha come missione istituzionale quella di impiegare ed ottimizzare le eccedenze di depositi sugli impieghi. In condizioni normali, dovrebbe trattarsi di impieghi temporanei, con alto turnover di posizioni e proprio per questo motivo a basso rischio e rendimento. Pare invece (il condizionale è e resterà d’obbligo ancora per molto tempo, in questa vicenda) che Dimon abbia dato un preciso mandato alla struttura in direzione di divenire un vero e proprio centro di profitto. Delle operazioni effettuate dal trader francese Bruno Iksil sotto il comando della responsabile del CIO, Ina Drew, si è ipotizzato potessero essere del basis trading, in cui è stata venduta protezione su un indice di credit default swap e si è venduto un paniere di obbligazioni societarie, per scommettere sul restringimento del differenziale tra i due spread. L’operazione pare aver coinvolto un capitale nozionale di 100 miliardi di dollari, il che indica un massiccio ricorso alla leva finanziaria, cioè al debito.

Ci sono poi ipotesi che possa essersi trattato di una sorta di calendar spread, in cui si vende protezione su un indice e se ne compra su un altro, di scadenza differente, per scommettere sulla inclinazione della curva di credito. Dal mese di marzo, inoltre, sappiamo che molti trader su derivati di credito avevano fatto giungere alla stampa specializzata il proprio malumore per un accumulo di posizioni da parte di Iksil che rischiava di alterare il mercato, e creare condizioni di potenziale cornering. Ma è un fatto che, quando si cerca di controllare un mercato acquisendone ampia parte, si finisce anche col modificarne profondamente le condizioni di liquidità, mettendo a grave rischio la possibilità di eseguire l’operazione di segno opposto (unwinding).

Ma queste sono cose risapute, sarebbe sconcertante dover scoprire che un trader esporto come Iksil (che ha circa quarant’anni) e la sua responsabile Drew (che è del 1956) ignorassero queste basilari norme di condotta del trading. Gli stessi modelli di controllo del rischio tendono infatti ad essere demoliti al verificarsi di alterazioni della liquidità dei mercati. E’ la regola eterna che ha messo in ginocchio molti brillanti rocket scientist quantitativi, a partire dai giorni del Long Term Capital Management, l’hedge fund dei premi Nobel nel cui consiglio di amministrazione sedevano Myron Scholes e Robert Merton, che nel 1998 cadde rovinosamente proprio perché cercò di eseguire arbitraggi statistici con alta leva finanziaria di fatto ignorando la variabile liquidità, e che fu salvato da un pool di investitori-creditori orchestrato dalla Fed di Alan Greenspan, che evitò anche il panico sui mercati iniettando liquidità, in quello che probabilmente fu il primo (e certamente il più eclatante) episodio di bailout di una entità too big to fail.

E proprio le apparenti similitudini, ed il fatto che quasi quindici anni siano passati invano, tra un tentativo di regolazione e l’altro, sono destinate a mettere sul banco degli imputati lo “smart guy” Dimon, l’uomo che era fin qui riuscito ad evitare una legislazione più occhiuta sull’attività delle banche globali, attivamente coadiuvato in questo dal fatto che Wall Street ha a libro paga un impressionante numero di congressmen, soprattutto tra le file Repubblicane.

Altro aspetto eclatante è il fatto che Dimon sieda nel consiglio di amministrazione della Fed di New York: quella che, guidata dall’attuale segretario al Tesoro, Timothy Geithner, ha gestito il salvataggio del sistema finanziario americano all’indomani del crack di Lehman. Qualcosa su cui riflettere, per l’abnorme conflitto d’interesse che ciò implica, e che mette a nudo la natura ormai scopertamente oligarchica ed autoreferenziale del capitalismo finanziario statunitense, quanto e più dei guasti ottenuti in passato con l’abrogazione del Glass-Steagall Act, che ha consentito alle banche commerciali di entrare nell’investment banking, o del Commodity Futures Modernization Act del 2000, che ha deregolamentato i derivati non quotati (over the counter, OTC).

Ed infatti qualche isolata voce comincia a farsi sentire: il senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders, che ha chiesto l’esclusione di Dimon dal board della Fed di New York, aggiungendo la propria flebile voce a quella della “bestia nera” di Wall Street, Elizabeth Warren, giurista e candidata Democratica al Senato in Massachusetts alle elezioni del prossimo novembre, già presidente del panel del Congresso preposto al monitoraggio delle applicazione dell’Emergency Economic Stabilization Act del 2008, la legge che ha gestito l’uscita del sistema finanziario americano dalla crisi del 2008. Elizabeth Warren era considerata la candidata naturale alla guida del Consumer Financial Protection Bureau, l’agenzia federale che avrebbe dovuto tutelare i risparmiatori, voluta da Obama ma finora affossata dall’ostruzionismo Repubblicano. Ma, anche prima di questo esito, l’ostilità di Tim Geithner (che è il referente del Big Money americano) aveva impedito ad Obama di designare la Warren alla guida dell’agenzia. Tutto si tiene.

La legge Dodd-Frank, che dovrebbe limitare gli eccessi della debordante “innovazione” finanziaria statunitense è nata morta, ma questo non lo scopriamo oggi. Le grandi banche riescono comunque ad aggirare lo spirito delle norme, pur salvaguardandone la lettera, proprio in virtù del carattere estremamente “liquido” dell’attività finanziaria, che poco e nulla si presa ad essere regolata. Ma potrebbe esserci un aspetto ancora più inquietante, nel ripetersi di vicende come questa: l’eccesso di presunzione di controllo e comprensione della propria operatività da parte dei vertici delle banche. Delle due, l’una: o Dimon ha deliberatamente mentito ai regolatore ed al pubblico settimane addietro, quando negava che vi fossero problemi al CIO londinese; oppure non sapeva, né lui né i suoi collaboratori, che la banca stesse assumendo un rischio di questa magnitudine. Nell’uno e nell’altro caso, c’è di che essere inquieti.