Cronaca

Lo sdegno non è una cerimonia

Oggi sfilano per Genova migliaia di cittadini contro il presunto ritorno di quegli “anni di piombo” che insanguinarono la città e l’intero Paese. Secondo la vulgata corrente, revival preannunciato dall’inqualificabile gambizzazione del manager di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi. 
Nei mesi scorsi – sempre da queste parti – la retorica mediatica in salsa sindacalese ci raccontava “una città stretta attorno ai lavoratori della Fincantieri”, sotto sempre più credibile minaccia di licenziamento per la liquidazione dell’azienda.

In entrambi i casi, adunate unitarie di alto valore democratico, che vedevano alla loro testa e con il volto compunto la pattuglia dei politici locali.

La domanda immediata risulta brutalmente questa: è mai possibile che le cerimonialità celebrative (per la difesa dell’occupazione, per la riaffermazione della non-violenza, per la solidarietà alle vittime) debbano scattare sempre e soltanto quando – per così dire – i buoi sono fuggiti dalla stalla? Diventino – di fatto – un alibi per chi doveva fare qualcosa e non ha fatto nulla; ossia, rendendo possibile evitare di dover manifestare contro fatti drammatici, al limite luttuosi?

Che sulla testa di Fincantieri pendesse la spada di Damocle della concorrenza asiatica lo si sapeva da trent’anni. E non si è mai intrapresa la benché minima contromossa al riguardo (mentre i manager tedeschi del settore automobilistico, sottoposto a identica sfida, si davano una saggia regolata riposizionando i propri prodotti e trovando altre collocazioni nel mercato). I nostri – di manager – hanno dormito sonni dorati; per poi svegliarsi a frittata avvenuta, avanzando le solite ricette liquidatorie: licenziare e consegnare alla speculazione immobiliare le aree dell’insediamento produttivo. Intanto hanno continuato a incassare emolumenti a sei zeri.

Ma le forze politiche e sociali, che adesso tanto si indignano, dov’erano? Se ne stavano rintanate nella zona fumistica, dove i problemi spinosi è meglio non affrontarli. Meglio lasciarli vegetare (e marcire) nell’ombra e nel silenzio.

Ora il pentolone del Paese reale, sotto la pressione degli impoverimenti e delle precarizzazioni, dà evidenti segnali di essere sul punto di esplodere.

In perfetto sincronismo compaiono le pistole fumanti dei killer. Anche se – ancora una volta – la natura di quei killer resta avvolta nell’ambiguità: riparte l’abituale “pista anarchica” (gli autori di sconnessi manifesti rivendicativi tendenti al puerile), si sussurra di strani regolamenti di conti… Quanto appare certo è che la rabbia montante per la dissipazione di futuro, che colpisce un numero spaventosamente in crescita di italiani, va creando un ambiente favorevole per qualsivoglia follia. Un tempo si diceva: la risaia dove può sguazzare qualunque pesce. Anche assassino.

Ma tale esito era poi così imprevedibile?

L’indignazione è, prima che legittima, doverosa. Di converso, è accettabile che se ne facciano portavoce coloro i quali dovevano muoversi per tempo?

La sedicente “classe dirigente” che ora teatralizza il proprio sdegno per deviare lo sguardo collettivo dalla vera matrice di tanto dolore, sua precisa responsabilità: l’aver disinnescato l’unico strumento utilizzabile per evitare di doversi ridurre alla miserrima conta di morti, feriti, licenziati. E questo strumento si chiama “politica” (il governo dei punti di crisi facendosene carico, anticipandoli). Ciò che i politicanti (non meno dei loro interlocutori/partner nelle rappresentanze sociali e nell’informazione mediatica pompieristica) hanno ridotto a chiacchiera sul vacuo e a comparsate cerimoniali.

Se si continua così saremo costretti a programmare ancora molte altre marce democratiche e unitarie fuori tempo massimo.