Società

Class action contro i fanatici antiabortisti?

Cinque milioni di omicidi, gridavano ieri gli organizzatori della marcia per la vita sotto il Colosseo. La cifra e la definizione morale riguardavano ovviamente il numero di interruzioni di gravidanza (le parole sono importanti, pertanto scelgo questa) effettuate dalla data dell’entrata in vigore della legge 194, nel 1978. C’è da chiedersi se non sia possibile una class action di tutte coloro che hanno utilizzato la legge, ritenendosi diffamate dallo slogan e, di conseguenza, dai responsabili legali del movimento.

Sono passati 32 anni (trentadue) da allora. E’ forse utile ricordare alcuni fatti che molti lettori, e anche molte lettrici, hanno magari dimenticato o semplicemente non possono sapere per banali ragioni anagrafiche.

Oggi, la diffusione dei contraccettivi non è completamente soddisfacente ma certo è molto più ampia e capillare di quanto lo fosse negli anni che hanno preceduto l’approvazione della 194 e l’apertura dei consultori: la pillola era conosciuta da un’esigua minoranza, gli anticoncezionali di tipo meccanico (diaframma, spirale) erano utilizzati da pochissimi ginecologi, i preservativi erano detestati dalla stragrande maggioranza dei maschi. La gran parte delle donne italiane, soprattutto quelle meno scolarizzate, si affidava ancora alla conta dei giorni ed era perciò esposta a probabilità di restare incinta molto più alte di ora.

Per chi era così costretta a interrompere la gravidanza si apriva un’unica strada, quella che portava negli studi dei medici disposti ad operare clandestinamente per le più ricche, quella che portava nelle cucine delle “mammane” per le più indigenti. Quante di loro sono morte per un intervento malriuscito? Gli organizzatori della marcia per la vita non ce l’hanno detto perché, come è noto, a loro questi aspetti non interessano.

Ugualmente, non interessa loro interrogarsi sulle ipocrisie che sottostanno agli approcci troppo ideologici e integralisti.

I cattolici sono contrari al divorzio (Bagnasco ha appena aperto il fuoco contro il divorzio breve, in discussione al parlamento da tempo infinito) ma quando ne hanno bisogno ricorrono alla Sacra Rota inventandosi le giustificazioni più improbabili. Lo stesso dicasi per le interruzioni di gravidanza.

Per avervi partecipato, alle battaglie che portarono alla legge 194, ho ricordi personali di sale d’attesa dei “cucchiai d’oro” – così eran detti i medici che praticavano l’aborto clandestino – dove ti capitava di incontrare donne cattoliche che dividevano le sedie con le altre (ma a casa nessuno doveva sapere!). Lo stesso accadeva con i gruppi di pratica creati da donne e professionisti (e anche i radicali, ricordo) come alternativa alla clandestinità isolata: sempre sono state aiutato tutte, cattoliche maritate a integralisti antiabortisti comprese.

Prima della 194, più o meno una donna italiana su due era costretta a sperimentare l’orrore dell’aborto clandestino nel corso della sua vita fertile. Se i partecipanti alla marcia di ieri erano davvero migliaia, molti di loro hanno zie e nonne (non volendo tirare in ballo le madri) che rientrano nella statistica.

A proposito del sindaco di Roma…Invece di passeggiare con i fanatici indossando la fascia tricolore, gli consigliamo caldamente di impiegare meglio il tempo occupandosi dell’applicazione della legge nella città che amministra. Nessun politico ne parla, neanche a sinistra, pochi giornali lo scrivono ma la 194 è forse la legge italiana meno applicata della storia repubblicana. In questi 38 anni, l’obiezione di coscienza dilagante l’ha ridotta a carta straccia, con punte dell’85 % di obiettori nelle regioni del sud, e con i medici che rifiutano persino di redigere il certificato necessario per poter accedere al percorso previsto dalla legge. Alcuni ginecologi riuniti nella Laiga,  a cui deve andare tutto il nostro apprezzamento, stanno raccogliendo i dati sull’obiezione che neanche il ministero della salute conosce con esattezza. Per mille motivi, compreso quello davvero poco nobile dei signori dottori che obiettano nelle strutture pubbliche ma sono poi disponibili nelle strutture private (a pagamento), dove peraltro sono vietate le interruzioni di gravidanza più delicate. Vale a dire le interruzioni terapeutiche. 

Se il sindaco di Roma vuole essere davvero il sindaco di tutti, si impegni a garantire l’applicazione di una legge dello stato negli ospedali della sua città.