Cultura

Happy Song is a Happy Song

Il nostro viaggio nel mondo della musica indipendente prosegue e oggi facciamo tappa in Sardegna per conoscere Nick Rivera, al secolo Michele Sarti – polistrumentista cagliaritano diplomato in Corno Francese al Conservatorio di Cagliari e laureato in Filosofia – che durante il suo soggiorno a Londra ha concepito il suo album d’esordio intitolato Happy Song is a Happy Song (Bel Netlabel) che è un concetrato di folktronica strumentale, con brani che sono un collage surreale di suoni ben bilanciati con una sezione di fiati (con tromboni, trombe e bassi tuba) archi e strumenti elettronici convenzionali e non. Il disco è affascinante e indubbiamente foriero di sviluppi futuri, il talento c’è e rappresenta un ottimo punto di partenza. Domenica 22 aprile si esibirà a Cagliari, al Teatro ex Vetreria di Pirri con i Bungalow62. Abbiamo intervistato Michele Sarti per saperne di più sulla “sua” creatura, i Nick Rivera.

Michele, chi è Nick Rivera?
Nick Rivera è un ipotetico figlio di italiani o forse di spagnoli trasferitisi all’estero, probabilmente in Uk o negli Stati Uniti. Il cognome ne tradisce però l’origine latino-mediterranea. Vivevo a Londra sino a pochi anni fa ed è stato allora che ho cominciato a comporre i brani che poi sono finiti dentro “Happy Song is a Happy Song“. Nick Rivera era una band composta da due sardi e un texano di origine italiana; tutti e tre emigrati, tutti affascinati dalla nuova vita… Oggi è il mio progetto solista.

Davanti ai vari bivi della vita, qual è il modo migliore per capire la strada da percorrere?
Per me il modo migliore è fermarsi e andare controcorrente, prendere un bel respiro per riacquisire quel briciolo di lucidità che serve a capire che la cosa migliore da fare è spesso l’esatto contrario di quello che la situazione sembra ineluttabilmente richiedere. Certo sembra poco scientifica come mossa, ma scatta qualcosa per cui capisco che il mio istinto in quel momento mi vuole tradire, non mi vuole bene. Non mi fido di ciò che normalmente dovrebbe salvarci.

Il tuo è un disco strumentale, posso sapere com’è stato concepito e cos’è che ti ha ispirato nella composizione?
Happy Song è quasi totalmente strumentale fatta eccezione per Butter in my Head e Reneeluise, dove si canta solo una frase. L’ispirazione è qualcosa di cui mi fido intimamente; l’importante è saperla accogliere e indirizzarla, formarla. Poi, per quanto riguarda l’ispirazione dell’ispirazione, credo venga dal contesto in cui si vive e che è fatto da tantissimi fattori positivi e negativi insieme. Per me trovarmi in una città nuova, con un lavoro e una casa nuova, abitata da persone che il più delle volte parlavano una lingua diversa dalla mia è stata una gran fortuna, una grossa ricchezza.

Di fatto sia fra i più navigati musicisti sia fra i più giovani si avverte un senso di frustrazione nei confronti dello stato attuale in cui versa la musica italiana. Quali credi possano essere le soluzioni? Come ti immagini il futuro della musica?
Sono d’accordo con te, la frustrazione è un dato di fatto. È curioso poi che le cose da noi in Italia vadano sempre peggio rispetto al peggio degli altri paesi: la produzione musicale rispecchia fedelmente il livello culturale di un popolo, e la frustrazione degli artisti credo sia facilmente riconducibile allo stato delle cose. Ovviamente abbiamo delle ottime band in Italia, ma queste fanno molta più fatica di un’ottima band che magari vive un’altra realtà culturale più fertile e più internazionale. Credo anche che le tv e i giornali abbiano grossissimi demeriti per aver abituato le persone alle “solite cose”, a ciò che “va per la maggiore”. Il futuro della musica non lo immagino perché personalmente vorrei misurarmi con un contesto che sia il più internazionale possibile. Ecco, questo potrebbe essere un modo per uscire da questa frustrazione: non guardare cosa fa il vicino ma guardare oltre. Il provincialismo della mente è uno dei pericoli più grandi per un artista (e non solo), quindi preferisco parlare di musica nel mondo.

Che rapporto hai con la tecnologia? E Internet? Oggi grazie alla rete sono molte le opportunità per condividere, farsi conoscere, esplorare e comunicare…
Con la tecnologia ho un rapporto conflittuale e “nodale”, non nel senso di cruciale ma nel senso letterale del nodo: quando però questo nodo si scioglie, capisco quanto essa sia incredibilmente interessante e utile. Internet è una dipendenza che prima o poi sottoporrò all’attenzione della mia analista di fiducia… indubbiamente oggi la musica viaggia grazie a esso e così Happy Song is a Happy Song ha appena superato i 60.000 download. La cosa non ha portato neppure un centesimo, ma di certo un sorriso nel sapere che così tante persone hanno deciso di scaricare la mia musica. Oggi come oggi non credo che i gruppi riescano a vendere i cd, forse durante i concerti dove costano meno e si è ancora ebbri per l’evento.

E per chi fosse interessato alla musica di Nick Rivera qui potete ascoltare (gratuitamente) il suo disco. Vive le Rock!