Giustizia & Impunità

Ciò che l’Ocse ci ha detto

Baffetto fremente, piega della bocca sprezzante, risolino acido, e, alla fine, a malincuore, Massimo D’Alema risponde alla domanda che l’eroico redattore del fattoquotidiano.it non si stanca di rivolgergli ormai da qualche minuto sull’emendamento proposto dal Pd per eliminare il reato di concussione: “E’ una richiesta dell’Ocse. L’Ocse, in un suo recente documento, in cui si occupa dei problemi della corruzione, affronta il problema della legislazione in diversi paesi tra cui l’Italia, e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta contro la corruzione […] il problema, ripeto, è quello di aggiornare la nostra legislazione tenendo conto degli standard esistenti a livello internazionale e delle richieste degli organismi internazionali, da cui credo bisognerebbe partire”

Oggi, dalle pagine del Sole 24 Ore, raggiunto da Donatella Stasio, gli risponde, indirettamente, Nicola Bonucci, direttore del servizio giuridico dell’Ocse dal 2005 e fonte affidabile in quanto ha seguito la vicenda italiana in tutte le sue fasi: “La posizione dell’Ocse è relativamente semplice. Nell’ordinamento italiano esiste il reato di concussione in base al quale il corruttore, cioè colui che ha pagato la tangente, è considerato vittima di chi ha esercitato la violenza (il corrotto). Questo schema ha una sua logica in un ambito meramente domestico: lo Stato vuole mandare un segnale forte sulle politiche pubbliche, quello dell’integrità dei suoi funzionari. Tant’è che il reato è stato molto usato durante la stagione di Mani pulite e ha avuto un’elaborazione giurisprudenziale nella cosiddetta concussione ambientale. Trasferito in ambito internazionale – quello che interessa l’Ocse – questo schema diventa un problema perché davanti ai tribunali italiani abbiamo chi dice “sì, in Nigeria ho pagato una mazzetta al ministro o al funzionario tal dei tali, ma sono stato concusso”. Il Tribunale esonera il corruttore dalla responsabilità e il corrotto non viene perseguito perché i Tribunali italiani non hanno giurisdizione. Quindi, se in un’ottica puramente italiana c’è almeno l’alternativa (o si punisce il corrotto o il corruttore) nella corruzione internazionale quest’alternativa non c’è. Perciò il gruppo di lavoro sostiene che nell’ambito della corruzione internazionale si debba eliminare questo caso. L’Ocse non ha mai chiesto l’eliminazione della concussione in blocco, ma solo che fosse eliminato questo caso particolare. Così va letta la nostra raccomandazione. Non spetta a noi entrare nel merito, purché, ripeto, sia chiaro che mai è stato chiesto di eliminare la concussione altogether”.

E non basta; sollecitato da Donatella Stasio sull’ordine di priorità che l’Ocse indicherebbe all’Italia, Bonucci non ha dubbi: “Ora come ora il problema principale è la prescrizione perché è chiaramente un problema, soprattutto per la corruzione internazionale, viste le difficoltà per ottenere le prove e l’assistenza giudiziaria. La questione concussione è soprattutto una questione di principio, importante, anche se finora – è vero – non s’è mai verificato ancora un caso, a differenza della prescrizione”.

Pare quindi molto più urgente far approvare un paio di articoli che incidano sui tempi di prescrizione (nel senso, tanto per essere chiari, di renderli più lunghi e non più corti) e, da queste pagine, tutti si augurano che “la parlamentare che si occupa di questi problemi”, (forse Donatella Ferranti, di cui D’Alema fatica tanto a ricordare il nome?) decida di rivolgere i suoi sforzi soltanto in questa direzione.

Alla gentile Ferranti, onorevole e magistrato, il gentile Travaglio lo spiega oggi sul Fatto (Diritto di replica): troppo pericoloso metter mano alla concussione in questo momento.  Il mondo della politica è infido, la maggioranza è quella che è, e il risultato finale potrebbe risolversi in una sorpresa che con l’Ocse e le sue raccomandazioni avrebbe poco a che vedere, ma molto con gli auspici dei fedelissimi del Pdl e del suo leader, imputato di concussione.

Ma l’onorevole Ferranti non ha bisogno di venir messa sull’avviso. Che qualcosa non funzionasse l’aveva percepito subito, appena eletta e lo scriveva nel suo sito: “…la mia vita cambia davvero quando divento parlamentare […] Mi è stato assegnato sin dall’inizio della legislatura l’incarico parlamentare assai impegnativo di capogruppo in Commissione Giustizia e componente della Giunta per le autorizzazioni a procedere. E’ un vero sconvolgimento: un mondo del tutto diverso, dove spesso l’aver svolto l’attività di magistrato viene guardato con diffidenza.

E che mondo era? Dov’era entrata l’onorevole Ferranti? A Rebibbia? O a Sing Sing? O a San Vittore? Certo in un posto dove un po’ di sana diffidenza nei confronti dei magistrati va considerata quasi doverosa. Ma no, nemmeno per idea: aveva solo cominciato a frequentare il Parlamento italiano.