Politica

Monti, la narrazione complicata

Tra i cambiamenti imposti dal governo Monti al discorso pubblico, soprattutto formali (visto che – per esempio – nella Val di Susa si insiste a trasformare un puntiglio logistico tecnicamente inconsistente in operazione repressiva, l’aver costituito fondi all’estero continua a non pagare dazio), c’è anche quello di rendere del tutto inefficaci le modalità retoriche con cui si analizzavano/comunicavano le vicende politiche del recente passato. Qualcuno usava il termine “narrazioni”. Naturalmente dipinte con tavolozze dai colori fiammeggianti.

Ciò in quanto l’intima natura dell’attuale premier in grigio, ostentatamente perbenista, non la si cattura con la retina acchiappafarfalle del boccaccesco o del criminoso; tanto meno la si può disincrostare della sua patina avvolgente di riservatezza con la spatola grossolana dell’epica a sproposito.

Di certo un problema terribile per quanti si sono impigriti da anni nel facile e scontato esercizio del racconto a tinte forti, che induce coazioni a ripetere ormai fuori registro: Monti “uomo di destra”? Dirlo è troppo poco, visto che c’è destra e destra. Quella becera da cinepanettoni, che sbraita mostrando il dito medio alzato, e quella del bon ton, che fa il suo lavoro sottotraccia, magari dichiarando il contrario.

Monti “Salvatore della Patria”? Ingannevole affermarlo, una volta appurato che il suo mandato è semplicemente quello di tamponare le falle di un disastro in corso, senza andare all’origine delle cause scatenanti.

Perché Mario Monti – per implicita ammissione, resa esplicita dai suoi stessi comportamenti – non è né Garibaldi e neppure il conte di Cavour. Più semplicemente ricopre – appunto – l’incarico di “curatore fallimentare”, chiamato a mettere ordine in una situazione contabile particolarmente intricata e manomessa; sotto il controllo del giudice delegato (il presidente Giorgio Napolitano) e rispondendo al comitato creditori (il sistema finanziario internazionale e le sue istituzioni di rappresentanza). Un ruolo che è certamente delicato ma non propriamente entusiasmante.

Inidoneo a suscitare qualsivoglia entusiasmo mobilitante collettivo. Anche in questo caso perfettamente in linea con l’ostentata anaffettività del personaggio. Non meno che con il suo DNA di consumato navigatore negli ambienti che contano. Forse la vera ragione che ha portato alla scelta di affidargli la barra del timone nell’odierna tempesta: è di certo l’italiano meglio introdotto in quei consessi plutocratici e/o tecnoburocratici, riuniti a porte chiuse, dove si decidono le sorti degli Stati attraverso il controllo dei flussi virtuali del grande capitale. Ambienti resi sempre più forti nell’evaporazione delle capacità statuali di governance.

Sicché risulta particolarmente mistificatoria l’attuale querelle sulla collocazione montiana. Lui non sta da una parte o dall’altra. Del resto lo dichiara sistematicamente perseguendo interlocuzioni “bipartisan”. Sta dalla parte del blocco di potere, prodotto dalla relazione collusiva tra la sua parte destra e quella sinistra; perfettamente rappresentato dall’acronimo ABC (Alfano, Bersani e Casini, il pool di riferimento nella maggioranza che sostiene l’esperimento di governo in corso).

Ritorno al Centrismo? Altra metafora imprecisa, se è vero che qui non si tratta di una formula politica quanto della copertura assicurata all’ennesima operazione camaleontica della corporazione dei rentiers di partito. E la mascherina asettica del tecnico certifica che tutto si svolga in maniera anestetica, indolore.

Per questo si rendono necessari sensori più percettivi, per cogliere i segnali deboli nel grande brusio del detto e contraddetto. Dell’Ici imposta al patrimonio immobiliare vaticano e delle contestuali manovre che ne sterilizzino gli effetti; del beauty contest bloccato per le frequenze televisive e dell’asta che non si sa se e quando si farà; del mercato del lavoro che va riformato all’insegna dell’equità in assenza di qualsivoglia politica che crei nuovo lavoro.

Gattopardo Monti – insomma – non lo pizzichi sul terreno del “bunga bunga” o della condiscendenza sottobanco verso le Mafie. Andrebbe atteso al varco dove “niente cambia mentre tutto cambia” (o meglio, veniamo indotti a pensare che il cambiamento sia effettivo).

Per farlo occorrerebbe – prima di tutto – lasciar perdere il folklore narrativo e relative retoriche stereotipate. Magari si scoprirebbe che, dopo un quasi ventennio di regime reazionario, è in atto una vera e propria restaurazione conservatrice. E che la luna di miele tra SuperMario e l’intero popolo italiano è ormai agli sgoccioli.