Tecnologia

Uribu, la prima piattaforma italiana di denuncia sociale

Sul sito ideato dai giovani informatici gli utenti possono denunciare anonimamente disservizi e soprusi pubblici e privati. Secondo gli ideatori la condivisione sui social network e sui siti di informazione spingerà i denunciati a rimediare e a cambiare comportamento

“Se per te l’abbandono di un cane, il maltrattamento di un disabile o un autista che non rispetta le fermate sono azioni normali, chiudi pure questo sito. In caso contrario, se credi che il rispetto e la giustizia siano fondamentali, rimani pure”. Il sito si chiama Uribu ed è la prima piattaforma in Italia di denuncia sociale partecipata. Gli utenti potranno mandare in forma anonima foto e video dei disservizi, pubblicarli direttamente online e condividerli sui social network. Così le segnalazioni saranno visibili a tutti e i responsabili, che siano enti pubblici o società private, dovranno rimboccarsi le maniche per il bene della loro reputazione e credibilità.

A ideare il sito Andrea, Alessio, Carlo e Andrea, quattro appassionati di informatica giovanissimi, tra i 17 e i 23 anni. Si sono conosciuti in Rete e qualche mese fa hanno deciso di avviare il progetto. Per ora online ci sono soltanto una civetta e qualche riga di testo su sfondo azzurro per spiegare di cosa si tratti, in attesa del lancio previsto per il 10 dicembre.

Volevano chiamarlo “hibou”, “civetta” in francese, ma sarebbe stato difficile per gli utenti ricordarsi quel nome. Così hanno optato per un’altra parola senza alcun significato che però ne riprendesse il suono. E hanno mantenuto il simbolo della civetta. “Lei guarda, ascolta, poi racconta e dice la sua. E nessuno potrà fermarla. Il motto di Uribu è “denuncia e conquista”, spiega Andrea, 17 anni, il più giovane del gruppo. “Ho sempre provato fastidio davanti a chi trasgrediva le regole. Qui a Roma, ad esempio, qualche giorno fa un’auto blu era parcheggiata su uno scivolo per disabili. Un ragazzo con la carrozzina doveva passare e non ce l’ha fatta, ma l’abitudine a violare i diritti altrui è talmente diffusa da risultare accettabile”. Uribu invece è uno strumento per quei tanti cittadini che non “non vogliono abbassare la testa”.

Il funzionamento è semplice: rapida registrazione con mail – di cui non viene chiesta la conferma – e password per evitare contenuti duplicati. Il sito assegnerà un nickname per postare e condividere le segnalazioni foto e video che saranno suddivise in cinque categorie. Importanti i feedback degli utenti che potranno votare da una a cinque stelle quelle più rilevanti, facilmente reperibili nell’area news. E tutte possono essere condivise via social network e commentate. A quel punto le denunce saranno “sotto gli occhi di tutti” e i cittadini, grazie alla Rete, non dovranno più nascondersi dietro le attese di numeri verdi, uffici reclami e call center. Il nodo più difficile da sciogliere, per Andrea e gli altri ideatori del sito, era però l’attendibilità delle notizie. “E’ stato l’ostacolo più difficile, ne abbiamo discusso a lungo”, precisa. Poi sono arrivati alla conclusione: “Il web, da Wikipedia a eBay, sé è sempre affidato agli utenti per autoregolamentarsi e scovare le bufale. E anche per Uribu sono loro l’unica garanzia di trasparenza”.

Buone idee, ma servono anche soldi. “Per ora le spese per i server e i domini le abbiamo pagate noi – aggiunge Andrea – ma cerchiamo finanziamenti. Sul sito ci sarà il bottone Paypal ma invitiamo i grandi imprenditori a darci una mano. Ad esempio Diego Della Valle, che ha sempre mostrato sensibilità verso i giovani”. I fondatori di Uribu, in contatto con altri hacker i tutta Europa, si scontrano con le rigidità di un paese che non valorizza la creatività delle ultime generazioni: “Aprire una start up nella Silicon Valley è più semplice che in Italia, ma noi vorremmo rimanere in questo paese. Spero non ci costringano ad andarcene”. Nonostante le difficoltà, per ora ci provano. In attesa del lancio, oltre ad avere già aperto gli account su Twitter e Facebook, stanno sviluppando anche l’applicazione per smartphone, vorrebbero esportare il sito all’estero e metteranno a punto, man mano che pervengono le segnalazioni, la classifica dei servizi peggiori. Poi contatteranno i responsabili per chiedere spiegazioni, “come fanno Striscia la notizia e le Iene”. Perché “se ti hanno tolto la parola fino ad ora è ora di riprendersela”.