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Doping, l’ammissione della Wada <br/> “Non abbiamo i mezzi per la lotta”

Intervista choc del numero uno dell'agenzia David Howman all'agenzia di stampa France Press: "Pensate che possediamo gli strumenti necessari per scoprire chi si dopa in modo ‘sofisticato’? No, non li abbiamo"

David Howman direttore generale della Wada

“Pensate che possediamo gli strumenti necessari per scoprire chi si dopa in modo ‘sofisticato’? No, non li abbiamo”. L’ammissione, che suona come una sconfitta grande come una casa per chi si batte tutti i giorni per avere uno sport corretto e pulito, non arriva da un addetto ai lavori qualunque, bensì da David Howman, direttore generale della Wada, l’agenzia mondiale antidoping. In un’intervista all’agenzia di stampa France Press, Howman ha definito i contorni di una battaglia che è ancora lontanissima dall’essere vinta. Lo dicono i numeri. Sui circa 260 mila controlli effettuati in tutto il mondo nel corso del 2010, soltanto 36 sono stati i campioni considerati positivi all’Epo, la sostanza più diffusa tra coloro che vogliono migliorare illecitamente le proprie prestazioni. “Una percentuale patetica”, ha detto lo stesso responsabile della Wada. Soprattutto se teniamo conto che scovare l’Epo è orami prassi relativamente semplice e che sono altri i miscugli che sfuggono alle indagini delle autorità preposte.

La storia è vecchia. La lepre corre più veloce della volpe. Che non riesce ad anticipare per tempo le mosse del suo avversario a quattro zampe. La grande fabbrica del doping ha arruolato scienziati di tutto rispetto per inventarsi modi e strategie per nascondere nel sangue concentrati di tritolo che garantiscono prestazioni da record. E poco importa se a farne le spese sono gli stessi atleti che assumono le sostanze proibite. Conta il risultato, sempre e comunque. E pure, come no, anche il ritorno economico, che in questo caso è roba da multinazionale del crimine. Howman ha sottolineato l’importanza di punire in modo adeguato i medici, gli agenti e, più in generale, tutti i personaggi che gravitano intorno all’atleta che sceglie di farsi aiutare da un paio di molecole super. Chiaro, si comincia da qui per provare ad organizzare una difesa degna di questo nome. Ma finora i risultati sono stati poco confortanti. Per un lungo elenco di ragioni, che parte dalla difficoltà di far fronte comune – che se la Federazione internazionale dice rosso e quella nazionale dice nero si va poco lontani -, agli interessi delle grandi strutture che si occupano di gestire le manifestazioni di prima fascia, che pur di avere il campione di turno spesso chiudono un occhio sulla sua fedina penale.

Howman ha ribadito la necessità dei governi, sportivi e non, di impegnarsi di più. Come? Studiando misure che possano contrastare in modo efficace il commercio dei prodotti dopanti. Perché la vendita di questi ultimi sui canali della rete web sono difficilissimi da controllare ma da qualche parte bisogna pur cominciare. “Il traffico di steroidi è più economicamente vantaggioso rispetto al traffico di eroina – ha dichiarato il patron della Wada -. Si tratta di un problema di salute pubblico che va inquadrato con l’importanza che merita”. Steroidi battono eroina per quantità di dollari potenzialmente incassabili. Va da sé che se per la polvere bianca si sono messi in opera le organizzazioni di Serie A della malavita internazionale, si può ben immaginare la complessità dell’intervento. Tuttavia, questo il messaggio di Howman, la lotta continua e va sostenuta, anche se la lepre correrà probabilmente sempre più veloce della volpe.