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Gli euroscettici inglesi e l’Europa a due livelli

Negli scorsi giorni abbiamo assistito a una nuova ondata di antieuropeismo da parte del partito conservatore britannico.

81 parlamentari Tories hanno infatti votato in favore dell’indizione di un referendum (mozione comunque respinta dalla maggioranza della Camera dei Comuni) sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Contemporaneamente i Tories eletti al Parlamento europeo sono fuoriusciti dal gruppo del Partito Popolare per unirsi al gruppo dei conservatori e riformisti, un’alleanza di euroscettici che tra le loro fila annovera anche il partito lettone Patria e libertà, storico sostenitore dell’annuale marcia celebrativa delle SS locali.

Il primo ministro David Cameron ha inoltre sottolineato come siano da escludere ulteriori cessioni di sovranità a Bruxelles, impegnandosi anche, in caso di rielezione, a far approvare una legge che garantisca la supremazia della legislazione britannica su quella europea.

I dati forniti da Eurobarometer sottolineano come il Regno Unito sia lo Stato più euro-scettico tra i 27 membri dell’Unione: il 63% dei cittadini britannici non ha infatti fiducia nell’Ue (la media europea è del 47%), contro un misero 24% che vede di buon occhio le istituzioni di Bruxelles. Il Regno Unito, insieme con Bulgaria, Grecia e Lettonia, è inoltre l’unico Stato in cui la maggioranza dei propri cittadini non si sentono anche cittadini europei.

L’Europa non dovrebbe però esser vista come una negazione delle identità locali, bensì come uno spazio di scambio in cui le diversità vengono esaltate per trovare soluzioni comuni alle problematiche che affliggono diversi Stati europei (crisi economica, libertà di stampa, ambiente).

Va inoltre chiarito che, in caso di uscita dall’Unione Europea, nessuno dei singoli Stati che la compongono giocherebbe un ruolo importante nello scacchiere politico-economico mondiale, ruolo a cui può invece ambire l’Europa unita.

A questo punto occorre interrogarsi sui possibili scenari futuri per l’Unione Europea.

Quello Stato europeo immaginato da Spinelli e Rossi nel Manifesto di Ventotene è, quantomeno nel breve termine, irrealizzabile. Pensare infatti che gli stati nazionali siano giunti al termine del proprio corso storico significa posizionarsi al di fuori della realtà.

Anche la costituzione di una federazione di Stati europei è al momento improbabile, quantomeno in un’Unione a 27 Stati. Una possibile soluzione potrebbe essere quella d’accettare la presenza di due diversi livelli di Unione.

Il primo livello sarebbe aperto, quantomeno, a tutti gli attuali Stati membri e sarebbe contraddistinto da un’integrazione limitata con funzioni simili a quelle dell’attuale Unione Europea.

Il secondo livello dovrebbe portare, nel breve termine, a una maggiore integrazione politica (soprattutto in politica estera) e nel lungo termine alla creazione di una Federazione degli Stati Europei, in cui le diverse identità nazionali coesistano con l’identità europea.

Pur mantenendo la possibilità di “passaggi” da un livello all’altro, il secondo livello di Unione non potrebbe essere, almeno in un primo momento, aperto a tutti. Pochi Stati avrebbero infatti i requisiti necessari (tra i quali andrebbero inseriti il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali garantite dal diritto comunitario) e soprattutto la volontà di percorrere un tale processo politico.

L’Unione a due livelli faciliterebbe la creazione di un’Europa in grado di giocare un ruolo importante sullo scenario politico-economico internazionale e di prendere quelle decisioni ormai urgenti e necessarie per superare le sfide che ci vengono poste dalla crisi economica, dai Paesi emergenti, dai fenomeni migratori e dal clima.

di Federico Guerrieri, European Alternatives