Media & Regime

I giornali italiani e i loro siti porno soft

Che masochistica abitudine è quella di tuffarmi ogni mattina – ancor prima di fare colazione – nei siti web dei quotidiani italici!  Iniziare la giornata respirando a pieni polmoni l’aria di quella cloaca maxima che è la nostra cronaca politica. E ogni volta la stessa reazione, che penso sia condivisa da molti: con lo sguardo cerco una via di fuga, uno sfogo. E clicco sulle famigerate “colonne laterali”, o a pie’ di pagina, dove si concentrano tutte le notizie che potremmo definire, con un certo eufemismo, superflue.

Appena un po’ distanti dall’epidemia di colera ad Haiti, le homepage dei giornali ci inondano con le seguenti informazioni: le ultime sfilate nude look in Siberia; gli ultimi ritocchi dell’attrice decaduta; l’Artista-che-non-sorride nelle-foto; Confalonieri che suona il piano; la maglietta della Minetti; il gatto a tre teste dello Zoo di Pechino; Clooney sposo per finta nello spot. E mi fermo qui, per mancanza di spazio. Confesso che tempo fa non fecevo caso a quest’invasione di gossip & freaks. Capivo che tutti i quotidiani, da quando sono diventati di massa, hanno avuto il problema di dover competere con la televisione, di dover offrire entertainment per il nostro sguardo imbambolato sul monitor. Mi dicevo: questi benedetti giornali dovranno pur sopravvivere.

Ma attenzione, qui non parliamo tanto di quello che Godard definiva “fascismo pubblicitario”, e che già occupa ogni spazio. No, qui parliamo di contenuti. Le notizie sui macachi che si accoppiano e sull’auto dipinta d’oro del sultano sono filtrate e lavorate dalle redazioni: davvero il pubblico ha bisogno di tutto questo?

A dire il vero, iniziando a gettare lo sguardo anche sui siti dei quotidiani stranieri, mi sono reso conto che qualunque teoria “giustificazionista” non regge molto. Prendo il giornale labour per eccellenza, The Guardian. Iniziando dalla pubblicità, vedo che di banner ce ne sono sì e no tre, abbastanza grandi ma non troppo invadenti. Sparsi qui e là, ammiccanti, con inviti a iscriversi a questo o a quel servizio offerto dal giornale – incluso una sezione di appuntamenti online. Ma nel complesso, una selezione di entertainment senza dubbio più dignitosa. Stesso discorso per El País: foto e argomenti frivoli, certo, ci mancherebbe, ma non quella cascata di Grandi Fratelli, mostruosità e c… al vento come nei nostri quotidiani di destra e sinistra.

E dunque mi perdonino gli addetti ai lavori per la domanda rozza e superificiale: ma come mai i siti dei giornali italiani sono così squallidi? Certo, ci sono casi e casi. Il Fatto, Il Manifesto e, sì, persino Il Giornale sembrano mantenere una certa sobrietà. Ma prendete Repubblica.it. E’ emblematico il commento che un utente del blog Ildeboscio ha lasciato circa la celebre carrellata di “Sono Donna e dico Basta ”: “Fa ridere che questa gallery fosse nel colonnino di Repubblica, che fino a pochi mesi fa forniva foto soft-core per l’impiegato senza paura dei cookies”. Chapeau.

Perché non parlare anche di questo, e non solo di “bavagli”, invitando giornalisti esperti a darci qualche ragguaglio? Mettendo a confronto esempi diversi. Perché gli altri quotidiani europei sembrano più immuni da certe pratiche? Hanno altre risorse? Allora voi lettori paghereste un euro al giorno di abbonamento, pur di vedere “limitate” certe tendenze? E poi: con la competizione sempre crescente, con la caccia all’utente, dove si spingeranno i limiti della ruffianeria? Non è forse anche questa l’essenza del “linguaggio” berlusconiano e murdochiano, che unisce Lucignolo e il Sun, e che tanto offende i progressisti?

Ve ne dico un’ultima, per concludere: ricordo persino la galleria dei “detenuti più buffi”, messi lì come se fossero balocchi, con centinaia di “mi piace” di altrettanti utenti. E sì che più d’una volta mi sono ritrovato ad esclamare, manco avessi aperto uno di quei video di YouTube in cui si vedono gatti a tre teste: “Ma come diavolo ci sono finito qui?”

di Paolo Mossetti, classe 1983, scrittore. Vive a Londra