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Rory Weal, il trionfo <br>del baby labour

Giacca grigia e cravatta rossa, frangetta e aria anni ‘60, quella dei Beatles prima di passare in India e farsi crescere barba e capelli. A vederlo così pare uno dei tanti ragazzi che si incontrano all’uscita dalle scuole bene inglesi. E lo è, anagraficamente, dato che ha solo 16 anni. Ma Rory Weal, sweet sixteen ager, a dirla con Ken Loach, splendido sedicenne diremmo noi, per un giorno a scuola non c’è andato. Aveva altro da fare, tipo un salto al congresso laburista di Liverpool (a proposito di Beatles, appunto) a infiammare la platea.

Come ha fatto? E perché lui, invece del segretario Ed “il rosso” Miliband, eletto un anno fa tra grandi speranze di rinnovamento e adesso già ammaccato? La ricetta per scatenare le folle assopite della politica non è arcana. Il segreto sta nell’essere sinceri, nel dire le cose come stanno, nel parlare al cuore oltre che alla testa. Quello che a volte i leader, soprattutto della sinistra, sembrano aver smesso di fare. Rory non parla in astratto: “Due anni e mezzo fa ci fu tolta la casa dove vivevo dalla nascita. Non avevamo nulla, né soldi né risparmi. Tutto il benessere della mia famiglia è derivato dallo Stato sociale”. Quindi affonda: “Senza il welfare non sarei qui. Lo stesso sistema che adesso un cattivo governo conservatore ci sta portando via”. Scatta la standing ovation. Ed Miliband, applaude e gli stringe la mano: è nato un nuovo leader?

E poi essere giovani, anzi giovanissimi, è un vantaggio tout court, perché permette di esprimersi senza aver paura della reazione dell’establishment. Giovane è, certo, pure chi al potere ci sta già. Ed Miliband, 40enne, guida il Labour da un anno, il premier David Cameron ne ha 44. Rory è un ragazzino, sì, ma in Gran Bretagna non dovrà aspettare secoli, se vuole entrare a far parte della classe dirigente.

Non diversamente nel 1977 un ragazzo classe 1961 dai capelli a caschetto così fluenti da sembrare finti, conquistò il cuore di un altro congresso, quello conservatore, davanti agli occhi compiaciuti di una Margaret Thatcher non ancora a Downing Street. Quell’altro sedicenne in giacchetta non si è fermato lì. “La metà di voi non sarà più qui tra 30 o 40 anni”, proferì con un tono ispirato da giovane adulto e quel candore che solo a quell’età si può avere. Ha guidato il partito intorno al 2000, poi è entrato nella squadra di David Cameron, ed è ministro degli Esteri. Discussi i suoi rapporti con il miliardario dei paradisi fiscali Lord Ashcroft, che hanno a lungo rappresentato una pistola puntata contro Cameron sulla sua nomina al Foreign Office, William Hague è comunque uno degli artefici del successo diplomatico britannico in Libia, accanto ai francesi. Un ex sedicenne dal brillante futuro.

Da noi ci fu il caso di Debora Serracchiani, che nel 2009 fece esplodere il congresso dei circoli del Pd invocando l’intervento dell’allora segretario Franceschini, per scuotere il partito dal suo torpore. Di anni ne aveva 39, non 16, anche se a noi sembrava una bambina. Ma al momento né la Farnesina né la leadership del Pd sembrano in vista.

Quando, ai microfoni della Bbc lo hanno interrogato circa le sue aspirazioni, Rory ha fatto il modesto. “Ho i compiti a casa, non ho tempo per la politica”. Per ora. Perché in futuro non gli dispiacerebbe. Lui che d’improvviso è diventato una star del partito della rosa, non si monta la testa. Qualcuno scommette già che lo rivedremo tra pochi anni, chissà se dalle parti di Downing Street. Qualcun altro riflette: se basta così poco a far sognare una platea di sinistra, la crisi di leadership deve essere proprio profonda.

Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2011