Società

Prima del concerto, povera Italia

Ostuni è una gran bella cittadina, distribuita su di un’altura di fronte al mare. Tutta bianca, ovviamente, che è la sua caratteristica.

La festa patronale di fine agosto commemora l’arrivo – da Napoli (capitale del Regno) – nel XVII sec. della statua argentea di Sant’Oronzo, scortata dai Cavalieri. Infatti, durante la processione ha luogo la famosa Cavalcata in ricordo dell’evento: circa una ventina (ma a volte anche di più) di cavalieri, bardati in rosso e argento, seguono il Santo fino alla piazza. Dal palco sotto l’obelisco, parla il Sindaco (quest’anno ha toccato temi politici ed economici, ha parlato dei tagli agli enti locali e si è augurato un futuro di prosperità grazie al turismo) e parla anche l’Arcivescovo.

Poi, comincia il concerto. Nei tre/quattro giorni di festeggiamenti, alcuni complessi bandistici pugliesi si sono alternati sotto il chiosco illuminato. Ho potuto assistere solo a un paio di esibizioni: quella della banda di Racale (LE)  e quella di Giovinazzo (BA). Entrambe le orchestre erano dirette da donne (uàu!): Grazia Donateo il 25 e Dominga Damato il 26 agosto.

Durante la festa patronale di Sant’Oronzo ad Ostuni, sotto un cielo blu velluto, è andata in scena una rappresentazione di varia umanità.

Dai locali d’intorno uscivano gelati, odore di pesce arrosto, genitori con passeggini e bambini con palloncini. Ai tavoli intorno alla piazza sedevano in attesa del concerto: turisti, turisti tedeschi che anatomizzavano i menu, famiglie con nonni e nonni con famiglie – che non è proprio la stessa cosa.

Mi sono soffermata su di un anziano signore solo, molto distinto, vestito di blu e avorio cravatta compresa, in attesa di Verdi, che con stile assaporava una coppa di variegato: era lì in tutte le serate delle esibizioni concertistiche. Al tavolo affianco, un’innamorata coppia di due bei ragazzoni inglesi abbronzati e sportivi: uno di loro era il sosia sputato di Sting da giovane.

I musicisti della grande banda si mischiavano ai passanti, li vedevi al bar con clarinetti e oboe (che bello il suono dell’oboe, mi fa tornare piccola fino a Pierino e il Lupo), mentre i tromboni e i flicorni erano poggiati a terra per ‘pausa gelato’.

La platea, che ha riempito le sedie della biblioteca comunale (rigorosamente e simpaticamente inventariate. Ne ho pure una foto, da vera maniaca), era per lo più over 50. Forse perché un concerto bandistico (scaletta quasi fissa di opere di Verdi, Mussorgskij, Puccini, Ravel più qualche divagazione) piace a questa fascia di età in su? Forse sono gli over 50 che possono permettersi ancora una vacanza? (Ne riparliamo in altro post, fra qualche giorno.)

All’accensione delle luminarie c’è stato un ‘oooh!’ collettivo.

Due colpi di grancassa e i musicisti si muovono verso il chiosco, ma si prendono pure una cazziata dal primo flauto per la flemma con cui si sono radunati. Almeno, così pare a noi in platea.

Una marcetta per attirare l’attenzione e poi, all’improvviso, l’attacco dell’Inno d’Italia. Confesso che non me l’aspettavo. Il vociare della piazza si ferma. Tutti ci alziamo come chiamati a testimoniare una fede e molti mettono la mano sul cuore. L’Inno non è una pratica da partite di calcio internazionali.

Siamo tantissimi in questa piazza bella del sud, circondati dalle luci che la rendono un’enorme e spensierata giostra. Eppure, stiamo quasi fermando il respiro mentre la banda suona l’Inno. Mi sorprendo a pensare a come siamo ridotti come nazione e come Stato. Dagli sguardi d’intorno mi sembra di capire che i pensieri degli altri non sono dissimili: chi pensa ai figli, chi ai nipoti, tutti stiamo pensando al futuro che non si vede, semplicemente perché non c’è. Qualcuno si sta meravigliando: perchè mai sembriamo tristi? Alcune signore anziane abbassano lo sguardo quasi a cercare nella memoria il ricordo di qualcosa che un tempo fu bello. Non c’è orgoglio nei volti, solo mestizia e commozione. Stiamo tutti sommessamente dichiarando quanto bene vogliamo a questa nostro depredato paese. Tutti assieme, spontaneamente. All’ultima nota, arriva un lunghissimo applauso e qualcuno ha le lacrime agli occhi.

Il concerto può cominciare.

di Marika Borrelli

(Mi dispiace per i fan del grande Maestro, ma ho imparato che Mussorgskij favorisce la socializzazione e il consumo di gelati!)

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