Cultura

Carnage, il massacro nella gabbia della civiltà

Siamo persone civili, no? Risolveremo con buone maniere questo spiacevole episodio, no? Se i nostri figli si sono presi a botte e uno ha rotto due denti all’altro con un bastone, noi che siamo adulti sapremo elaborare l’aggressività di due undicenni? O no? Il dio del massacro di Yasmina Reza, il folgorante testo teatrale da cui Polanski ha tratto Carnage, inizia con tanti convenevoli tra due coppie di genitori. Annette e Alain Reille (avvocato parigino di grido) vanno a casa di Veronique (che scrive libri sul Darfur e adora cataloghi d’arte) e Michel Houllié (venditore all’ingrosso di casalinghi) per parlare della zuffa. Grazie di essere venuti. A lasciarsi condizionare dall’emotività ci si perde sempre, dice Veronique. Siamo noi a ringraziarvi, siamo noi, risponde Annette. Il cui figlio ha spaccato la faccia all’altro. Ma la battaglia tra gli adulti è sottotraccia. Si inizia a parlare. Il cellulare di Alain suona sempre (anzi, vibra: la buona educazione prima di tutto). Si cerca di fare conoscenza. Si parte male: Veronique informa presto, malignamente, che il marito nella notte ha fatto fuori il criceto della figlia. Si difende Michel: Di notte quel criceto fa un rumore spaventoso. Bruno (il figlio picchiato, ndr) era esasperato. Io per la verità era tanto che avevo voglia di sbarazzarmene. Allora l’ho preso e l’ho portato in strada. È il primo scheletro nell’armadio riesumato per la resa dei conti. Si cerca di risollevare il morale con bevande e dolci. Si parla di organizzare un incontro tra i due bambini. Ma Veronique si lascia sfuggire: Suo figlio ha sfigurato nostro figlio. Alain reagisce: Signora, nostro figlio è un selvaggio. Sperare in un suo pentimento è inverosimile. Scusate, ma ora devo tornare in studio. Inizia il vero massacro, quello tra mariti e mogli, tra cui covano rancori indicibili.

Nel massacro, però, le coppie si alleano e si dividono, di volta in volta, per battagliare con gli altri due e salvaguardare il proprio mondo. Sono coppie diverse: spregiudicato Alain (con moglie fintamente devota), moralista Veronique (con marito fintamente solidale). Annette dice al marito, riluttante a restare: Va bene, vattene. Per mio marito, tutto quel che riguarda casa, scuola, giardino tocca a me. E ti capisco. È micidiale tutto questo. Veronique: Se è così micidiale perché mettere al mondo dei figli? Annette improvvisamente vomita. Scrive la Reza: Un getto potente e catastrofico investe in parte Alain. Anche i libri d’arte di Veronique sul tavolino sono inzaccherati. La carneficina è in piazza e si cerca di pulirla. Ma ormai non c’è più pudore, neppure a valutare gli altri con ferocia. Dice Alain: Veronique, davvero pensa che ci si interessi ad altro che a se stessi? Ok, lei scrive un bel libro sul Darfur. Capisco che uno pensi: prendo un bel massacro e ci scrivo sopra un libro. Ognuno si salva come può. A passi celeri si arriva al punto cruciale: La coppia è la prova più terribile che Dio possa infliggerci, sbotta Michel. Che scatena l’inferno: Osservate la situazione in cui ci troviamo. I figli fagocitano la nostra vita e la sgretolano. I figli ci portano alla rovina, è una legge. Quando vedi le coppie che convolano a giuste nozze con il sorriso sulle labbra, tu pensi, non lo sanno. Non sanno niente poveracci, sono tutti contenti. E il cellulare di Alain continua a vibrare e sua moglie continua a vomitare. E Veronique inizia a picchiare il marito. E si beve sempre di più. Anziché appianare la lite tra figli, si è creato l’inferno tra i genitori. Annette: Voglio sbronzarmi da schifo. E al marito: Questi trattano tuo figlio da carnefice e tu non fai una piega! E rivolta agli altri: Nostro figlio ha fatto bene a riempire di botte il vostro e con i vostri diritti dell’uomo mi ci pulisco il culo! Finché, mettendo a repentaglio la “salvezza” di un paio di occhiali, la violenza scoppiata tra tutti si interrompe. La realtà torna solida. E arriva la telefonata dell’altra figlia di Veronique e Michel. Chiede del criceto. La mamma gli risponde: Pensi che fosse felice a vivere in una gabbia? Chissà se lo saranno ancora loro quattro.

Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2011