Politica

Tremonti esiliato, il destino della manovra (e del ministro) in mano a Bossi e Berlusconi

Innalzamento dell'iva, tassa sull'evasione, contributo di solidarietà. Alfano e Maroni cantano vittoria e parlano di accordo raggiunto, ma solo l'incontro di lunedì tra premier e leader leghista definirà gli emendamenti alla stangata. Sul ministro dell'Economia, intanto, è fuoco incrociato: i padani gli voltano le spalle e Bondi, dal Pdl, lo definisce "più un problema che una risorsa"

L’incontro è fissato per le prime ore del pomeriggio di lunedì ad Arcore. Berlusconi e Bossi troveranno – almeno così è annunciato – l’attesa “quadra” sugli emendamenti alla manovra da presentare entro le 20 dello stesso lunedì in commissione Bilancio al Senato. Una “quadra” che, almeno negli annunci, sarebbe stata già definita dal triangolo Calderoli-Maroni- Alfano e su cui, tuttavia, si addensano nubi di dubbi e perplessità non solo nelle basi di Lega e Pdl ma anche nel governo.

Da lunedì, comunque, la manovra, per il governo, diventerà blindata. Anche se c’è qualcuno che sospetta che alcune misure verranno rinviate a una ulteriore manovra correttiva da fare a ottobre, ma si vedrà. L’accordo Bossi Berlusconi di lunedì, tuttavia, non sancirà affatto la fine delle ostilità interne al Pdl e neppure quelle nel governo. Di fatto, i due leader della maggioranza metteranno nero su bianco, attraverso gli emendamenti, il definitivo esilio di Tremonti; il titolare del dicastero economico non condivide neppure uno dei punti che il premier e il leader leghista si avviano a modificare. E, dunque, per lui si apre un percorso tutto in salita propedeutico, secondo molti, alle dimissioni subito dopo l’approvazione della manovra alla Camera. O forse anche prima, per mettere in difficoltà Berlusconi a livello internazionale, ma si vedrà.

Il Cavaliere, com’è noto, non vede l’ora che il professore di Sondrio decida, sua sponte, di lasciare l’esecutivo e anche Bossi, ansioso di giocarsi in senso elettorale il salvataggio dei piccoli comuni e minori tagli agli enti locali, ormai non lo spalleggia più come solo due settimane fa: il Senatur, d’altra parte, si muove solo nel segno della convenienza personale e stare con Tremonti, in questo momento, non conviene. Proprio a nessuno. Perché lui ha sempre detto di no su tutte le proposte di modifica che gli sono state sottoposte, comprese quelle su minori tagli agli enti locali, e questo ha fatto infuriare tutti. Soprattutto una frase, attribuita al ministro dell’Economia, avrebbe fatto saltare i nervi sia a Maroni che a Bossi: “Se cado io – sarebbero parole di Tremonti – cade anche il governo”.

Berlusconi teme invece che sia vero e questo lo inquieta. Comunque, lunedì pomeriggio, Tremonti o non Tremonti, Bossi e Berlusconi metteranno fine ai giochi. Al momento, l’accordo prevede l’innalzamanto dell’Iva di un punto percentuale e una “tassa sull’evasione” (invenzione di Calderoli) per evitare di fare tagli agli enti locali, ma aleggia anche l’idea di un nuovo condono tombale (per altro non gradito anche allo stretto entourage del Cavaliere, per primo Gasparri). E, di seguito, l’innalzamento del tetto dell’Eurotassa, da 90 a 120 mila euro. A giudizio degli estensori degli emendamenti, queste modifiche riuscirebbero a lasciare invariato il saldo finale, ma lo scetticismo è d’obbligo. Tanto che, all’interno della compagine pidiellina, i ‘frondisti’, sempre più numerosi al punto di essere ormai vicini a quota 35, hanno fatto chiaramente sapere di non condividere neppure un punto di quella possibile intesa.

Nessuna delle loro proposte fatte nei giorni scorsi ad Alfano è stata recepita e questo ha ulteriormente fatto salire il malumore. Al momento, non è chiaro cosa potrebbe avvenire alla Camera, quando il governo chiederà la fiducia, ma il Cavaliere ha mostrato preoccupazione; bastano davvero un pugno di voti contro e tutto va a gambe per aria. Ecco perché la questione Tremonti assume, ora, un significato più profondo: non solo c’è il ministro dell’Economia, quello che ha messo la faccia sulla manovra che sta ormai con un piede fuori dalla porta, ma una parte della maggioranza non condivide neppure le modifiche targate Bossi e Berlusconi. Insomma, il caos regna sovrano. E se n’è avuta la visione plastica proprio ieri, prima a Rimini, dove Tremonti si è trovato a fare la sua consueta lectio magistralis in economia sui massimi sistemi ascoltato solo da una folla ciellina osannante, ma senza neppure uno straccio di uomo del Pdl o della Lega ad ascoltarlo.

Poi, in serata, a Roma, quando un ennesimo siluro alla manovra è arrivato anche da Gianfranco Miccichè. Il leader di Forza Sud, sempre più vicino ai frondisti, ha affossato non solo il testo firmato dal ministro ma anche quello che verrà: ”Questa manovra – ha sottolieato – ha avuto un buon impatto di marketing politico soprattutto in Europa, ma bisogna dire le cose come stanno: e’ un provvedimento molto approssimativo e improvvisato. E soprattutto manda in fumo il piano per il Sud”. Miccichè ha annunciato anche “un pacchetto di emendamenti per dare battaglia vera in Parlamento; alcune misure sono del tutto folli, come quelle relative alla soppressione dei ”comuni polvere” e delle Province con meno di 300mila abitanti”, ma – ovviamente – non solo.

Il fatto, comunque, resta uno: la prima versione della manovra ha lasciato scontenti un po’ tutti, la seconda versione accontenterà solo la Lega. Che per avere quello che vuole ha sacrificato la difesa di Tremonti, ieri impallinato anche da un insolitamente velenoso Sandro Bondi dalle colonne di Libero: “La manovra contraddice la ragione stessa per cui Silvio Berlusconi e’ entrato in politica – ha cannoneggiato l’ex ministro dei Beni Culturali, da sempre nemico del professore di Sondrio – colpisce pesantemente il ceto medio e le classi sociali produttive che noi rappresentiamo”. E ancora: ”Per il partito – ha detto – Giulio Tremonti è piu’ un problema che una risorsa. Tremonti non ha mai voluto partecipare alla costruzione e al rafforzamento del partito di maggioranza relativa. Anche in queste ore avrebbe l’opportunita’ di partecipare a definire e a far valere le proposte del Pdl, ma non lo fa. In questi anni, purtroppo, ha preteso di svolgere un ruolo prevalente rispetto a tutti gli altri ministeri, rispetto alla collegialita’ del governo e rispetto allo stesso potere di indirizzo del capo del governo. Il tutto con un rapporto preferenziale con la Lega”. Un licenziamento in tronco, sottoscritto senz’altro anche da Berlusconi. Che, tuttavia, aspetta che sia Tremonti a lasciare pur temendo terribilmente che si avveri la profezia delle parole del ministro: “Se cado io, cade tutto il governo”.