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Serie A, manca l’accordo tra calciatori <br/>e società. Il campionato slitta

Il campionato di serie A si ferma. E questa volta è una certezza. Il presidente dell’Assocalciatori, Damiano Tommasi, ha proposto in extremis alla Lega un “accordo-ponte” fino a giugno 2012 per permettere il regolare inizio della stagione. Accordo che riprendeva i passaggi rigettati dall’assemblea dei presidenti, quindi le righe sull’articolo 7 e quelle sul contributo di solidarietà. Ma Beretta, il portavoce dei proprietari delle società, ha fatto sapere che non ci sono i margini per riprendere il discorso. Perché firmare adesso un contratto che non convinceva mesi fa, sarebbe stato un passo indietro inaccettabile. Dunque, fine dei giochi. Sabato la serie A non parte.

“C’è amarezza – ha dichiarato Abete, numero uno della Federcalcio – perché c’erano tutte le condizioni affinché questo non avvenisse”. E ancora, tanto per chiudere il cerchio: “E’ assolutamente incomprensibile il fatto che non si sia arrivati alla firma dell’accordo collettivo per situazioni collegate all’ipotetico contributo di solidarietà e all’articolo 7 sugli allenamenti differenziati”. Abete ci ha sperato fino all’ultimo. Il suo ruolo di mediatore non ha avuto grande fortuna. Voleva che il calcio italiano risolvesse in tempi ragionevoli le divisioni al suo interno. Ma le cose non sono andate come si aspettava la maggior parte degli appassionati di casa nostra, abituati ad alzate di voce che si risolvono con una pacca sulla spalla.

L’Italia del pallone è indignata. Sulle pagine dei principali quotidiani trovano spazio i numerosissimi messaggi dei lettori che dichiarano la propria distanza dagli affari che vengono discussi a Roma e dintorni. Non convince più l’idea che tutto possa essere risolto con un patto tra le due parti in causa.

Il calcio si ferma, almeno per una settimana, che verrà recuperata chissà quando. Non si parli però di sciopero, perché le differenze rispetto agli stop che interessano i lavoratori da “mille euro” sono grandi come una casa. Intanto, perché lo sciopero comunemente detto definisce interruzioni definitive di una prestazione lavorativa. La giornata di campionato, invece, sarà quasi certamente recuperata più in là, per cui, come si diceva, altro discorso. E poi, chiaro, c’è l’aspetto economico che fa pensare. Perché quando a protestare sono persone che guadagnano centinaia di migliaia di euro all’anno, è difficile comprenderne davvero le ragioni ed essere sereni nel giudizio.

Qualcuno ha scritto in uno dei tanti forum sparsi sul web, che varrebbe la pena puntare i piedi ed organizzare uno sciopero del tifo ad oltranza, giusto per far capire ai signori che governano il calcio che senza gli appassionati il gioco si ferma. E pure i loro introiti subirebbero un brusco ridimensionamento. Come a dire attenzione, il giocattolo si è quasi rotto.