Società

Stupro: non è questione di abbigliamento

Nella stessa settimana mi è capitato di leggere un pezzo della mia ‘amica’ di fèisbuk Barbara Hannah Grufferman sull’HuffingtonPost relativo alla “cultura degli stupri” e uno sul fenomeno delle SlutWalkers sul Time.

La Grufferman cita il fenomeno delle SlutWalks, le ‘passeggiate delle … passeggiatrici’, un movimento – sorto a Toronto e divenuto virale – il quale si prefigge di spostare il focus dalla vittima degli abusi sessuali al colpevole. Il movimento nasce dalla rabbia di Jarvis e Sonya Barrett alle parole di un consigliere municipale di Toronto, il quale invitava le donne a non vestirsi da zambroccole per non divenire vittime di molestie e stupri.

Trovo molto bigottismo in queste parole e secondo me l’unico limite dell’abbigliamento (come dell’agghindarsi) è lo stile.

Nel pezzo del Time, quasi tutta la questione pare incentrarsi sulla speculazione linguistica. Perché la parola ‘slut’ cambia di significato geograficamente e temporalmente.

In ogni caso, ha molto a che fare con l’aspetto esteriore. Infatti, in inglese non americano il lemma significa per lo più ‘trasandata’ piuttosto che ‘sgualdrina’. Nelle passeggiate di protesta, le partecipanti si vestono volutamente trasandate, eccessive o volgari, mentre altre indossano gli stessi abiti di quando sono state assalite (jeans, tute da ginnastica, pigiami) a significare che non è questione di abbigliamento.

La faccenda degli abiti è importante, perché tra le prime domande che si rivolgono alle vittime c’è proprio quella sugli abiti indossati nel momento dell’aggressione, per sottolineare quanta istigazione ci sia nel farsi aggredire, se ci si veste inadeguatamente. Mah.

Ma è in un altro punto dell’articolo che appare un aspetto ancora più inquietante, quando si racconta di un caso accaduto in North Carolina: se una donna prima consenziente al rapporto cambia idea durante l’intercorso, l’atto non può definirsi stupro.

E perché mai? Una donna non può cambiare idea? Non può rimediare ad un errore di giudizio sul partner (stabile o occasionale che sia), se l’impeto di questi diventa troppo aggressivo, violento o offensivo?

La questione, come afferma pure la Grufferman, è la necessità di cambiare la cultura dell’aggressione nei confronti delle donne. Le idee sbagliate vengono perpetuate anche nelle nostre ‘civili’ società. Facebook, per esempio, viene additato come indecente ed incontrollabile se pubblica affettuosità omosessuali o pagine pro-matrimoni gay, ma pochi s’indignano allo stesso modo quando appaiono pagine inneggianti alle violenze contro le donne, ovvero si fa molta più fatica a chiederne l’oscuramento. Si vive immersi in una strisciante cultura della violenza, difficile da estirpare, alimentata dall’ignoranza e dall’egoismo. Non passa il messaggio di rispetto, bensì quello di prepotenza.

Il dato è che negli Stati Uniti vengono aggredite 213mila donne ogni anno. Metà di queste aggressioni vengono denunciate. Nel caso in cui si arrivi in tribunale, si deve sperare che l’assalitore rientri nel 16% dei condannati alla detenzione. Nei college americani, il 20% delle ragazze subisce aggressioni, spesso dopo aver bevuto bibite narcotizzate.

L’istigazione proveniente dall’abbigliamento c’entra davvero poco: è una faccenda culturale.

Se la reporter Lara Logan è stata aggredita in Piazza Tahrir è perché si trovava in prima linea, dove le donne non ‘devono’ stare. Della serie “se l’è cercata”. Qualcuno avrà chiesto alla Logan come fosse vestita?

Uno degli slogan delle SlutWalker è: “Non diteci come vestirci, dite agli uomini di non stuprare”. E magari di non ucciderle, le donne.

Come al solito sine praeiudicio melioris sententiae. Ovvero, ogni migliore opinione è benvenuta, se posta con garbo ed educazione.

(Scrivo questo post dopo aver letto dell’ennesimo ‘femminicidio’. In particolare, un omicidio che è avvenuto nella mia provincia: un uomo ha sparato alla moglie, per gelosia, pare. Stamattina c’erano gli elicotteri che volavano sulla mia città, per cercare il fuggitivo.)

di Marika Borrelli