Cronaca

Dentro i riots

Scrivo da Hackney, dove ieri sera, dopo l’ondata di sirene e elicotteri di due giorni fa, che rimbombavano surreali all’unisono sia dalla strada che dalla televisione, si respirava aria di calma apparente, ricoperta dal silenzio bizzarro delle vie e immersa nei battenti sbarrati e nelle barricate di negozi e supermercati. Un coprifuoco forzato. Un deserto interrotto da piccole e frequenti oasi di poliziotti (più dispersi nel centro che in periferia, almeno per quello che ho potuto vedere io nel mio percorso verso casa).

Nell’analisi sociale del fenomeno, c’è una netta divisione, tra chi vede un significato politico e razziale all’origine del rioting, e chi lo liquida invece come un fenomeno ideologicamente vuoto, creato da teppistelli ignoranti, accecati dal consumismo. Con la prima spiegazione, io trovo, non si spiega nulla. La seconda va contestualizzata.

E’ il nichilismo schiacciante espresso da questi ragazzi che non hanno nulla da perdere, che sembrano essere già in prigione prima di essere stati arrestati, che colpisce, e lo fa per la sua inadulterata purezza. Mi sembra inutile scavare per trovare una motivazione politica o, tantomeno, per cercare un’espressione violenta di protezione verso la comunità, empatia per la vittima della polizia, o solidarietà sociale. Al contrario, i simboli della comunità sono presi di mira e sfregiati, e la tregua, già labile e difficile con ‘il vicino’, si polverizza come le auto bruciate per strada e si scatena contro i negozi che vendono simboli irraggiungibili, che brutalmente e con costanza sfregano sul naso dei poveri le loro aspirazioni negate, e che quindi diventano preda non per rabbia, ma per avidità.

Questa è semplice sfida, sfacciata, sfrontata, quasi fosse una risposta ormonale a un ‘no’ perentorio di un genitore severo. Sembra una vendetta vaga e impulsiva, dettata dalla cupidigia verso il consumo cospicuo. Basti leggere i messaggi del Blackberry Messenger per farsi un’idea: ‘We’re not broke, but who says no to free stuff’ (‘Non siamo al verde , ma chi dice no a roba gratis’), ‘Head to Oxford Circus for pure terror and havoc & free stuff’ (‘Andiamo a Oxford Circus per puro terrore, casino e roba gratis’).

Certo, definire severa l’autorità della polizia è un eufemismo. Anche a mani nude, in tempi di pace presunta, questa è un’autorità che tratta i giovani di questi quartieri come feccia, che li apostrofa come ‘bitches and niggers’, che li calpesta di mestiere. E fanno la loro parte pure i privilegiati della classe media che li deridono, definendoli ‘chavs’ (‘tamarri’), escludendoli dalla mobilità sociale, loro prerogativa indiscussa.

Ma chi crede che tutto sia scoppiato a causa dei tagli del governo, a causa della disoccupazione rampante, o per via delle rette universitarie alzate a cifre impossibili e l’istruzione ormai di stampo aristocratico, o per la chiusura di enti di supporto ai giovani, si sbaglia. E chi ci vede motivi razziali o la mano troppo leggera delle autorità sbaglia ancor di più. Sono solo scuse. Questo fenomeno nasce dall’arrogarsi il diritto a distruggere per mezzo del vuoto pneumatico della noia e dell’impunità. Il ‘sense of entitlement’ di questi giovani descrive tutto. Ha detto bene una donna roboante e indomita nel cuore di Hackney: ‘Get it real black people. Get real. Do it for a cause’. Il video sta facendo il giro del web. E giustamente: è un commovente inno alla lotta per una causa per cui valga la pena lottare. Non per un paio di sneakers rubate.

http://www.youtube.com/watch?v=4ayBdHZCrmM&feature=related