Ambiente & Veleni

La nuova politica europea sulla pesca<br>non convince i gruppi ambientalisti

Insufficienti. Così sono stati bollati i nuovi indirizzi comunitari sulle attività ittiche varati dalla commissione. Secondo Wwf, Greepeace e Ocean2012, il pacchetto di misure non risolve il problema dell'overfishing e dell'illegalità diffusa nei mari dell'Ue

Era attesa da anni per cercare di dare una risposta alle sempre più impellenti sfide ambientali e sociali. Ma la nuova politica Ue sulla pesca è stata giudicata insufficiente dalle associazioni ambientaliste di tutta Europa. Ed effettivamente la tragedia che ogni giorno si compie nei mari europei richiede ben altra risposta.

Resta sostanzialmente irrisolto, secondo gli ambientalisti, il problema del cosiddetto “overfishing”, la pesca in eccesso sia alla domanda del mercato che alle quote concesse dall’attuale politica di settore (PCP). In parole povere, i pescherecci pescano una quantità di pesce eccessiva, comprese specie ittiche non vendibili, e non potendo attraccare con questo carico, pena multe molto salate, preferiscono gettare il surplus di pescato in mare. La maggior parte di questi pesci o è già morto o difficilmente riuscirà a sopravvivere. Secondo stime della Commissione, si parla del 62 per cento del pescato nel Mare del Nord e di ben l’82 per cento nel Mediterraneo. Il risultato è che il 23 per cento (un pesce su cinque) di tutto il pescato viene rigettato in mare. E’ per questo che da anni le associazioni come Ocean2012 lottano per spingere Bruxelles a “ridurre la pressione della pesca per ricostituire gli stock ittici europei”.

Sì perché a stabilire le linee guida di tutta la pesca comunitaria è proprio Bruxelles, che non solo stabilisce le quote di quanto si può pescare, ma distribuisce anche finanziamenti ai pescatori per sviluppare la propria attività in modo “sostenibile”. E’ il caso dei milioni piovuti soprattutto nei Paesi del sud Europa (Italia, Spagna e Francia), dove operano soprattutto pescherecci “artigianali”, ovvero inferiori a 12 metri (il 77 per cento della flotta europea). Il problema è che, come spesso succede, buona parte di questi fondi non vengono utilizzati correttamente. In una lettera congiunta al presidente della Commissione Barroso, associazioni ambientaliste come WWF, Greenpeace, Pew e Ocean2012 hanno denunciato che circa 26 milioni di euro tra il 1994 e il 2010 non hanno fatto altro che finanziare la pesca illegale. Attività di frodo che tramite l’utilizzo illegale di reti derivanti, ovvero spadare (al bando Onu dal 2002) e ferrettare, catturano specie protette rovinando irrimediabilmente i fondali marini. Centinaia di pescherecci, molti battenti bandiera italiana, continuano a pescare indisturbati, tant’è che si stima che il 50 per cento della pesca nel Mediterraneo sia illegale (con un giro d’affari di 10 miliardi l’anno in tutta l’Ue). E il colmo è che sono proprio questi pescherecci ad usufruire ampiamente dei sussidi comunitari, scandalo che ha destato l’intervento della Corte di Giustizia europea che ha condannato l’Italia alla restituzione di 7,7 milioni di euro d’aiuti.

Adesso la Commissione si propone di “sfruttare gli stock ittici in modo sostenibile entro il 2015” con una serie di misure che vanno dalla commercializzazione delle quote di pescato alla decentralizzazione delle misure da attuare per raggiungere gli obiettivi stabiliti a Bruxelles. Ma secondo le associazioni ambientaliste, il piano presentato con soddisfazione dalla commissaria Ue Maria Damanaki manca di misure concrete per raggiungere questi obiettivi. Innanzitutto andrebbe ridotta la flotta complessiva dei pescherecci, circa il triplo di quella sostenibile. Poi una maggiore regolamentazione della pesca artigianale, maggioritaria ad esempio nel Mediterraneo. Poi ancora i dubbi relativi alla commercializzazione delle quote di pescato. Servirà davvero ad evitare il rigetto dei pesci in mare? Infine la pesca extraeuropea. Circa il 60 per cento dei prodotti ittici che finiscono nel mercato Ue viene pescato in acque extraeuropee nelle quali finora ha regnato la legge del far west.

“La proposta della Commissione è insufficiente per rispondere a queste sfide”, ha dichiarato Uta Bellion, direttrice Ocean2012. “Purtroppo i ministri della pesca nazionali hanno fallito nell’amministrare queste risorse fin da quando la politica della pesca comune è stata creata più di 30 anni fa. Immediati e spicci interessi economici hanno sempre prevalso”.

La proposta della Commissione dovrà adesso passare al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio Ue, dove sono presumibili sgambetti dei Paesi maggiormente interessati agli aiuti di settore, come Italia e Spagna. Qualche mese fa il giornalista inglese Hugh Fearnley-Whittingstall ha lanciato una petizione on-line per chiedere a Bruxelles azioni concrete per una pesca più sostenibile. L’obiettivo era raggiungere le 250mila firme entro l’estate. Ad oggi sono già oltre 700mila. Il milione di firme necessarie per la nuova legge d’iniziativa popolare è ormai dietro l’angolo.