Cultura

Lettera a Luigi Meneghello sulla “cultura”

Caro Gigi, lo so che secondo la tua professione di lucido ateismo, ora che sei morto, sei convinto di non esistere più. Io ti voglio scrivere lo stesso, un po’ perché mi rimproveravi di non farlo, un po’ perché c’è una cosa che ti devo dire. Tu hai reso noto il tuo paese natale: Malo, grazie al tuo celebre romanzo e a Malo riposi, nel cimitero del paese. E’ giusto quindi che tu sappia che il tuo paese natale non ha più un assessorato alla cultura. Eppure c’è una biblioteca i cui responsabili si danno molto da fare, ci sono le scuole, ci sono gruppi di lettura e di canto. Si organizzano ogni anno interessanti iniziative culturali. Al posto dell’assessorato c’è un’istituzione (bisognava pur assicurare un posto all’assessore mancato) con tanto di Consiglio di amministrazione che gestisce un bel po’ di denari e che ha un filo diretto col sindaco il quale tra l’altro si occupa anche dell’identità veneta. Così come l’assessore all’ecologia e all’ambiente si occupa anche della sicurezza.

Ma non c’è più l’assessorato alla cultura perché vedi, Gigi, qualcuno deve aver preso sul serio quello che diceva quel tizio e cioè che con la cultura non si mangia, ora si mangia con l’identità e quando si è trattato di scegliere (c’erano troppi assessorati) quale assessorato eliminare, ci si è guardati in faccia e ci si è detti: chi facciamo fuori? Non certo il settore caccia, visto che i voti dei cacciatori sono importanti e poi, a cosa serve il teatro o il cinema in fondo? A cosa servono i libri? Si mangia col teatro? Con la letteratura? Ci si diverte un po’ e basta. Tu potresti replicarmni con la domanda “a cosa serve la caccia?”. Dovrai ammettere che per lo meno con la caccia si mangia, anche se si mangia cacciagione che diciamocelo pure, è anche un po’ rincoglionita, uccelli di allevamento liberati e disorientati.

Io non credo Gigi che questo avvenga perché a Malo c’è la Lega.

Anzi, mi stavo proprio chiedendo: e se avessero ragione loro? Diciamoci la verità, se quello che fa l’assessorato alla cultura è organizzare il concerto dei Pooh o la notte bianca o lo spettacolo dell’ultimo nome di moda televisivo senza nemmeno premurarsi di rientrarci coi soldi, se organizza grazie agli sponsor incontri in cui si parla dei suddetti sponsor, se quello che conta è far lavorare qualcuno, con iniziative tipo spendere 70.000 euro per i fuochi d’artificio, se parlo di Zanzotto e mi chiedono in che squadra gioca, se il festival shakespeariano di Verona presenta come spettacolo di punta uno Shakespeare interpretato dai cabarettisti di Zelig, a cosa serve l’assessorato alla cultura? Qualunque Pro Loco può organizzare robetta del genere. Quando si parla dei tagli alla cultura tutti si premurano di dimostrare che la cultura porta profitto, ma perché? Ma chi l’ha detto che tutto deve portare profitto, quando sappiamo che non è vero? Perché la missione in Afganistan non porta profitto, il Ponte sullo Stretto non porterebbe profitto, ormai persino l’alta velocità porterebbe ben poco profitto, perché proprio la cultura dovrebbe essere obbligata a portare profitto?

Oltretutto, quando penso alla cultura, non so perché, mi viene in mente il vecchio loggionista del teatro dell’opera che conosce i libretti a memoria e ha la quinta elementare, il giardiniere che conosce tutte le piante che vede, il meccanico che sa come funziona una macchina, il dilettante che sta coi piedi in laguna una vita e scopre che Venezia è stata romana. Quella cultura identificava un paese, non c’era bisogno di assessorati all’identità, di camicie verdi, di loghi inventati, di terre da libri fantasy come la Padania. Quella cultura non esiste più. Non c’è più la cultura Gigi e ormai, vedi anche tu che gli unici ai quali non riesce di darla a bere sono i morti. Un altro morto, Pier Paolo Pasolini, direbbe alla nazione “sprofonda nel tuo bel mare, libera il mondo”. Io mi limiterei a dire che il problema dei fondi alla cultura non si pone, perché siamo già riusciti da tempo nell’impresa di abolire la cultura.