Cultura

Il cinema italiano che vince all’estero

Ti ricordi Luca di quella notte in cui non volevi dormire?
“Papà, perché è notte?”
“Perché sì”
“Perché sì non è una risposta”

La notte in cui mio figlio Luca, quello più grande, che allora aveva tre anni, mi chiese il famoso “Perché è notte?”, io ero giù di corda, perché le cose nel mio lavoro non andavano bene. Quando infine Luca si addormentò io inviai una mail accorata a un dirigente di Rai Cinema, chiedendogli un intervento finanziario che mi aiutasse a chiudere un film che avevo in lavorazione. Il dirigente di Rai Cinema mi telefonò la mattina dopo, dicendomi che non dovevo abbattermi, perché io ero una certezza nel cinema italiano e ce l’avrei fatta ancora una volta, anche senza l’aiuto di Rai Cinema, perché io ero più forte di quei miei colleghi che, magari sull’onda di un successo o di un filone di successo, venivano invece allegramente foraggiati. Gli avrei voluto rispondere, al dirigente di Rai Cinema, che il suo discorso poteva pure essere vero, per certi versi poteva pure essere gratificante, ma rimaneva il fatto che non sapevo con quali soldi chiudere il film.

Mi guardai allo specchio e tutto sommato trovai la forza, ancora una volta, proprio come aveva detto il dirigente di Rai Cinema, di andare avanti  da solo, forte anche del fatto che quella vita, che dopo sei anni è ancora questa vita, io l’ho scelta. Nessuno mi ha imposto di fare un cinema intimamente autonomo, quasi di frontiera, al confine tra il più estremo e il meno visibile cinema di sistema da una parte e il più facile e il più visibile cinema underground dall’altra. E il semplice fatto di essere riuscito ad arrivare a cinquantadue anni facendo quello che ho scelto di fare, per me rimane sempre un grande privilegio che la vita mi ha regalato.

Fare il produttore come lo faccio io è complicato, ma anche molto bello. Ha degli aspetti esaltanti: i riconoscimenti, l’orgoglio delle scoperte di nuovi cineasti, i successi che diventano a volte grandi anche in funzione delle aspettative che sono sempre molto realistiche. Ha un aspetto odioso: si ferisce con i silenzi, con le assenze, con le non risposte, che purtroppo sono inevitabili, perché troppe sono le persone che vogliono esprimersi attraverso il cinema e non è mai bello sentirsi o riconoscersi di troppo.

“Sì, vabbe’ papà, i soliti discorsi, ma che c’entra tutto questo con
Et in terra pax?”
E invece c’entra, Luca. C’entra. Provo a spiegarti perché.

Quando un piccolissimo film come Et in terra pax esce in sala, grazie a Cinecittà Luce, io sono un produttore felice, perché l’uscita in sala è il completamento, necessario per rimanere a presidiare la frontiera di cui ho parlato qualche riga più su, di un percorso tanto tortuoso quanto bello da percorrere.

Et in terra pax è nato nelle aule del Centro Sperimentale di Cinematografia, quando il coproduttore Simone Isola, allora allievo del primo anno del corso di Produzione, mi fece leggere la sceneggiatura. Ha incassato tanti no, dal Ministero e Rai Cinema ai produttori e distributori più vicini a me. E anche a quelli più lontani da me. Malgrado i tanti no, questo film lo abbiamo fatto ugualmente, con pochi soldi e tanto entusiasmo e soprattutto tanta energia di tanti esordienti. E poi sono arrivate le Giornate degli autori di Venezia. E poi Tokio. E poi tanti festival europei, tanti festival nel resto del mondo. Qualche premio. La vendita in Francia. E altro ancora arriverà. Più dall’estero che dall’Italia, a meno che una massa di persone non decidano che valga la pena inseguire questo piccolissimo film nelle poche sale che tra fine maggio e inizio giugno lo ospiteranno.

Io sono felice, perché ogni volta che ho presentato Et in terra pax, dai festival alle conferenze stampa, con i registi, i coproduttori, gli attori, i tecnici, ho ritrovato il senso del mio lavoro, che è anche quello di avviare sulla strada del lavoro e del sogno per un tratto più o meno breve persone che hanno l’età che dovresti avere tu, Luca, se non mi fossi deciso troppo tardi che nella vita vale la pena essere anche padre. E quando mi faccio da parte, perché siano loro a prendere il meritato applauso, sembro sempre un po’ contrariato, perché in realtà sto pensando a chi non ce l’ha ancora fatta e forse non ce la farà mai.

Io sono felice, perché Et in terra pax è un film importante, forse imperfetto, ma proprio perché imperfetto con qualcosa di forte, anche se intangibile, che pulsa dentro e lo rende unico e indispensabile. Proprio come i film che piacciono a me.

“Ma se il film esce venerdì e tu devi andare a presentarlo, allora questo venerdì non vai a giocare a pallone?”
Non scherziamo, Luca. Io anche questo venerdì gioco a pallone. Male, ma gioco. Fino all’ultimo respiro.

Ps: Questo post ha chiari fini promozionali.
Ps2: Vorrei ringraziare pubblicamente e per scritto Giorgio Gosetti e le Giornate degli Autori; Carla Cattani e le sue collaboratrici; Maurizio Di Rienzo; Flavio Donnini; Lorena Borghi;  Luciano Sovena e Cinecittà Luce, che hanno contributo a regalare una vita a Et in terra pax.