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Berlusconi e lo stato di emergenza in Nord Africa

Il 7 aprile scorso il presidente del Consiglio dei ministri ha firmato un decreto che dichiara «lo stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa per consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari nel territorio nazionale» (G.U. n. 83 del 11-4-2011). Sì sì, avete capito bene: il presidente del Consiglio ha stabilito, con un decreto, lo stato di emergenza in un territorio straniero, dai confini non precisati, perché genericamente indicato come “Nord Africa”. E lo fa, esplicitamente, al fine di arrestare l’afflusso dei cittadini di tale ampio territorio in Italia. Ce n’è abbastanza da far sbellicare dalle risate i costituzionalisti contemporanei e da far rivoltare nella tomba quelli di ieri. Giammai il nostro ordinamento attribuisce il potere di dichiarare lo stato di emergenza in un altro Stato, o ancora peggio in un territorio straniero non precisato, al presidente del Consiglio, al Governo o al Parlamento italiano, in ossequio a quel semplice ed elementare principio che è definito “principio di sovranità” (affermazione, questa, decisamente anacronistica in tempi di guerre “umanitarie”).

Ma andiamo con ordine, perché le anomalie da rilevare e gli interrogativi da porre in merito a questo decreto sono tanti. In primo luogo, non è chiaro cosa intenda il presidente del Consiglio per “Nord Africa” perché tale espressione potrebbe far riferimento sia alla macroregione convenzionalmente delineata dalle Nazioni Unite (e che include sette stati: Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Sudan, Tunisia, Sahara Occidentale), sia alla zona geografica (e in tal caso, in aggiunta ai sette stati sopramenzionati, ci sono anche Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Eritrea, Etiopia e Gibuti, oltre alle Azzorre, le Canarie e le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla), sia alla zona che nel senso comune o giornalistico è compresa tra il mar Mediterraneo e i limiti meridionali del Sahara a sud e poi tra l’Oceano Atlantico a ovest e le parti occidentali dell’Egitto a est. A quale di queste accezioni faccia riferimento il decreto non è affatto chiaro. E le conseguenze, ça va sans dire, non sono da poco.

In ogni caso, qualsiasi cosa intenda il presidente del Consiglio per “Nord Africa”, nel decreto si stabilisce la sospensione dell’ordinamento giuridico, cioè del cosiddetto “stato di diritto”. Nel decreto, infatti, si stabilisce che: «ritenuta l’ineludibile esigenza di assicurare l’urgente attivazione, in coordinamento con il Ministero degli Affari esteri, di interventi in deroga all’ordinamento giuridico (…) si impone la dichiarazione dello stato di emergenza». Ma come è giustificata tale grave decisione, cioè come motiva il presidente del Consiglio la decisione di sospendere per decreto i diritti e le garanzie formali e sostanziali previste dall’ordinamento?

In primo luogo, si evoca il dramma del popolo libico che fugge dalla Libia «a causa della grave situazione», senza menzionare, ovviamente, che a bombardare i libici e a causare la loro fuga ci sono anche i caccia bombardieri italiani («Considerato che la grave situazione determinatasi nella fascia del Maghreb ed in particolare nel territorio della Repubblica della Libia ha causato l’emigrazione di un gran numero di cittadini libici, la maggior parte dei quali si è riversata al confine con la Tunisia creando un emergenza di carattere umanitario di estese proporzioni»).

In secondo luogo, si fa un generico riferimento a delle organizzazioni internazionali, come se dall’operato di queste discendesse un’automatica legittimazione anche per il decreto de quo («Considerato che l’Iiom [Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr] e l’Unhcr [Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ndr] hanno stabilito, d’intesa con le autorità egiziane e tunisine, un programma umanitario comune volto a fronteggiare la crisi umanitaria alla frontiera tunisina»).

Infine, si aggiunge una valutazione politica sul futuro, ovvero la previsione del governo italiano circa la tendenza ad aggravarsi dell’instabilità politica in “Nord Africa” («Considerato che la situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente in ragione dell’attuale clima di grave instabilità politica che interessa gran parte dei Paesi del Nord Africa»). Quest’ultima motivazione, a dire il vero, tradisce quasi un auspicio (per nulla inconscio). Secondo Alain Badiou e Noam Chomsky, infatti, tra gli obiettivi inconfessati dell’intervento con bombe e missili “umanitari” in Libia, vi è proprio quello di depotenziare le rivolte e la spinta di cambiamento in Tunisia, Egitto e in tutto il Medio Oriente.

E poi, a pensarci bene, viene in mente una semplice e logica obiezione a questa motivazione contenuta nel decreto, che appalesa i desideri inconsci del “volenteroso” governo italiano: se si prevede l’aggravarsi della situazione umanitaria in “Nord Africa”, allora perché espellere e deportare migliaia di nordafricani che sono giunti in Italia dopo il 5 aprile? Perché predisporre respingimenti di massa in alto mare, in aperta violazione delle norme della Costituzione?

Le risposte a queste domande, se le si vuole davvero, bisogna andare a cercarle in Libia, nella guerra che lì si sta combattendo. Il potere assoluto conferito dal decreto presidenziale all’autorità di polizia (cos’è, sennò, la sospensione dell’intero ordinamento giuridico?) nella gestione dei movimenti migratori, in Italia e in “Nord Africa” rappresenta, in questo senso, l’impronta inequivocabile di un momento storico in cui le politiche legislative coincidono, inscindibilmente, con le dottrine razziste, con la pratica della dominazione e delle guerre, con il loro corredo “umanitario” di espropri, di semina su larga scala di bombe e di missili all’uranio.