Cultura

Li romani in Russia con Simone Cristicchi

Una guerra di invasione senza pretesto. Treni che portano via una generazione sorridente, giovane, sicura di tornare, perché la propaganda fascista inganna sulla realtà della spedizione. E la “passeggiata” si trasforma in tragedia: armi, abbigliamenti e viveri insufficienti, inadeguati, ridicoli. Rimangono solo fame, freddo, paura. Una disfatta: partirono 220.000 ragazzi, ne tornarono 20.000.

Elia Marcelli
, giovane poeta, è tra i pochi che riesce a far ritorno dalla “Campagna di Russia del 1941-43” nonostante il freddo, il dolore, la rabbia. E il dovere di raccontare, per non dimenticare e non far dimenticare. E lo fa con lo strumento che più gli è congeniale: la poesia, dando a questi ricordi la forma più alta ed eterna scegliendo il dialetto romanesco, per costruire questa memoria da cui viene fuori il poema Li Romani in Russia, in ottave classiche, che ricostruisce passo passo la spedizione: la partenza, il viaggio, i combattimenti, la neve, i soldati, i muli, il nemico; la solidarietà, il cameratismo, l’egoismo; il rispetto del proprio dovere, sempre; la ritirata, la disfatta; la morte. E la solitudine e la disperazione di chi sopravvive.

Simone Cristicchi
, artista e cantautore imprevedibile, da qualche mese è a teatro con la pièce Li romani in Russia tratta dall’omonimo poema di Elia Marcelli. Il debutto è avvenuto il 30 ottobre in Russia, al Teatro Na Starstnom di Mosca. E per la prima volta in 70 anni, questa storia è stata raccontata nei luoghi dove avvennero i fatti. L’evento, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura a Mosca, ha avuto anche per questo una grande rilevanza mediatica. Vestito con la divisa dell’epoca, uno zaino, un fucile e una sedia, lo stile della narrazione che ha scelto ha un taglio decisamente cinematografico, ricco di descrizioni, dialoghi e personaggi che danno vita alla storia. Ha preferito lasciare la scena totalmente spoglia, una “scatola nera” in cui solo un minuzioso disegno fa da scenografia. D’altronde è il racconto di un episodio drammatico della Seconda guerra mondiale, ma non si pensi a uno spettacolo triste: tutta la prima parte è molto divertente, o meglio “tragicomica”. Nella messa in scena, le varie fasi di questo viaggio verso la disfatta, sono intervallate da comunicati della radio di regime, che, come è noto, raccontava con toni trionfalistici le gesta dei nostri soldati. Attraverso un impressionismo musicale, in cui una diamonica diventa il suono di una nave o di un mostro, una catena di un carrarmato, un pianoforte pioggia o addirittura neve, Cristicchi è accompagnato dalle musiche di Areamag alias Gabriele Ortenzi capace di unire le parole e le immagini che lui evoca, tralasciando i canoni classici di una colonna sonora, mantenendo una certa inibizione di fronte alla potenza di questo testo.

Cristicchi, come le è venuta l’idea di portare a teatro questa pièce?
Ho sempre desiderato cimentarmi in uno spettacolo in cui fossi completamente da solo in scena a raccontare una storia. Ammiro e seguo da sempre attori come Marco Paolini, Mario Perrotta e Ascanio Celestini, che riescono in questa impresa molto difficile. L’idea del monologo nasce dalla scoperta del testo capolavoro di Elia Marcelli Li romani in Russia. Ho conosciuto quest’opera, grazie al prof. Marcello Teodonio, eminente studioso di letteratura romanesca, che in questi anni ha lavorato con impegno per far conoscere l’opera, da poco ristampata in versione Graphic Novel da Rizzoli Lizard. Lo definisco un ideale incontro tra Il Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, e i Ragazzi di vita di Pier Polo Pasolini. C’è qualcosa di personale che mi lega a questa storia: tra i giovani soldati che partirono per la Russia, c’era anche mio nonno Rinaldo, che fortunatamente riuscì a tornare vivo, ma non volle mai raccontarmi nulla su quell’esperienza: come molti reduci, preferiva rimuovere quell’episodio della sua vita. Così, è nata in me la voglia di raccontare al suo posto cosa gli era successo, attraverso il meraviglioso e crudo poema di Marcelli. Il fascino per questo progetto è stato alimentato dal fatto di raccontare una storia per mezzo dell’ottava classica (quella dei poemi epici), per assurdo diventa la vera novità in questo genere di spettacolo; ed è proprio questo elemento che, a mio avviso, lo rende diverso da tanti altri.

Un poema epico scritto in versi: quanto tempo ha impiegato per la preparazione di questo spettacolo?
Per arrivare degnamente preparato al mio debutto come attore, ho dovuto lavorare sodo imponendomi una disciplina ferrea, anche perché portare in scena un monologo di un’ora e mezza è faticoso come scalare una montagna; ma rispetto a un concerto mi dà molta più soddisfazione. Solo per imparare a memoria il testo ho impiegato 4 mesi. Poi, prima di lavorare con il regista, ho preferito fare delle anteprime, per testare da subito la reazione del pubblico. E se oggi porto in scena questo spettacolo, è proprio grazie all’incoraggiamento del pubblico che ha assistito a quelle prime repliche. Successivamente è arrivato il regista Alessandro Benvenuti, e devo dire che c’è stato il vero salto di qualità. Dalle luci alle musiche alla mia recitazione. Ho imparato da Benvenuti l’arte della caratterizzazione di ogni singolo personaggio: il colonnello, il sergente maggiore, il prete, e poi Gigi, Peppe, Nicola, Zi’ Pasquale, er Professore, ovvero i soldati del plotone. La sua grande esperienza è servita a dare un perfetto equilibrio alla musicalità della narrazione, a limare alcune ingenuità iniziali, evitando di enfatizzare troppo la recitazione. Un lavoro “a togliere” insomma. Oggi, credo di avere tra le mani uno spettacolo sicuramente unico nel suo genere, e che avrà lunga vita.

Una generazione di ragazzi convinti dalla propaganda ad affrontare “una passeggiata” e poi abbandonati a una disfatta di freddo, paura, fame. Quanto – crede – siano diversi i giovani di oggi da quelli di allora?
Un episodio come la Seconda guerra mondiale ha sostanzialmente cambiato le coscienze di quei giovani che si trovarono al fronte. Basti pensare a quanti successivamente diventarono partigiani. Nel 1943 Marcelli tornò in Italia, e si dedicò anima e corpo alla fondazione della Lega Pacifista Italiana, il primo movimento pacifista italiano autonomo nato spontaneamente tra giovani intellettuali reduci di guerra, civili, commilitoni. I giovani di oggi non sono poi così diversi da quelli che ci racconta Elia: in fondo avevano le stesse paure, la stessa voglia di riscatto, di riprendersi un mondo da ricostruire insieme. Il mese scorso all’Università di Ancona, ho portato questo spettacolo gratuitamente come forma di ringraziamento agli studenti, per il coraggio di alzare la testa e far sentire la loro voce. Credo che con i tagli al Fus, anche il mondo dello spettacolo a breve dovrà prendere una posizione forte. Anche se sarebbe ancora più bello se fossero i “fruitori” , gli “utilizzatori” di cultura, la gente comune, a scendere in piazza per protestare.

Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia sono tante le manifestazioni di celebrazione: quanta ipocrisia c’è nei festeggiamenti da parte dell’Italia ai tempi del Bunga Bunga?
L’ipocrisia esiste soprattutto quando queste celebrazioni diventano una maniera per sentirsi fieri dell’italianità. Prima di festeggiare, vorrei sentirmi fiero di come l’Italia è diventata dopo 150 anni, cosa, a dire il vero, abbastanza imbarazzante. Credo che i Padri della nostra patria si vergognerebbero della nostra classe politica attuale. Se invece le celebrazioni vengono interpretate come occasioni per ricordare il nostro passato, ben vengano. Abbiamo bisogno di ricordare, di comprendere la storia, anche per focalizzare meglio come ci siamo ridotti.

Queste le prossime date dello spettacolo:
dal 5 al 10 aprile – Roma – Teatro Ambra alla Garbatella
22 aprile – Grosseto
25 aprile – Siena – Teatro dei Rozzi