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Londra, la lotta continua

Non farà piacere a tutti, ma nelle strade di Londra si parla di un’Italia che non è soltanto sinonimo di ridicolo: “Quel fumo che avvolgeva il Pantheon! Il Parlamento assediato il 14 dicembre! That was amazing!”, si esalta la scrittrice femminista Nina Power, non appena le dico da dove provengo. Al Courtauld Institute la storia dell’Autonomia, del ’77 e delle Tute Bianche è materia di studio. E c’è pure chi ci imita: “L’idea dei ‘book bloc’ – riflette Calogero, studente d’arte espatriato – l’hanno pur sempre presa da noi”.

“Ben Alì! Mubarak!… Cameron, you’re next!” (sei il prossimo!), recita un cartellone, tra i più eloquenti, della marcia studentesca del 28 gennaio, nel cuore della capitale britannica: la quinta grande manifestazione in tre mesi organizzata contro i tagli alla spesa pubblica, l’austerity imposta dal governo bicolore Cameron-Clegg, e soprattutto contro la spaventevole triplicazione delle tasse universitarie. Cosa è accaduto ai niente affatto timidi studenti inglesi? L’ultima volta che erano scesi in piazza era stato nel paleolitico 1998. Nessuno si aspettava questo marasma. Tra i quotidiani, tre su quattro sono tuttora alfieri di Ordine Patria & Gossip. L’élite bianca e benestante di Oxford-Cambridge continua a rappresentare una solida oligarchia. Le periferie di recente immigrazione sono sempre più povere; la vastità della conurbazione londinese è tale che chi abita a nord della città non conosce il sud, e intere aree sono abbandonate ad un consumismo degradante, catatonico.

A guidare la protesta ci sono solo gli studenti di buona famiglia? È emersa in questi mesi, è vero, una generazione chiamata di clicktivist, di militanti perbene che si mobilitano usando Twitter e Facebook. La mia amica Laurie Penny, ventiquattro anni e già firma stabile del New Statement, è un’autorità al riguardo. Eppure neanche i giornali più progressisti hanno potuto, o voluto, cogliere la novità vera: quelli in prima linea, a prendere le manganellate, sono tornati a essere i figli dei quartieri poveri, di Peckham, Brixton, Lewisham. I rappresentanti delle università occupate definiscono le tattiche, ma poi è questa minoranza nera, araba, caraibica, minorenne, spesso neanche iscritta a scuola e che non segue alcuna strategia, a costituire l’ossatura e il volto nuovo delle proteste. Ed è grazie a loro che il movimento fa oggi “notizia” e paura.

E poi: non è assolutamente vero che i “violenti” – ovvero quelli che non si limitano a sfilare in maschera e a sventolare bandiere – siano isolati dal resto della piazza e dagli intellettuali democratici come una minoranza d’imbecilli “troublemakers” (piantagrane), come avviene invece in Italia. La pratica d’assalto a banche e luoghi simbolici non è per niente un’esclusiva dei black bloc. Ed è la prestigiosa università Goldsmiths, non un centro sociale, a rivendicare la giusta durezza della protesta: “Nulla a confronto della violenza a cui sono sottoposti i ragazzi con le promesse mancate e la repressione in atto”. E quando il mediocre Evening Standard si scandalizzava: “I professori danno voto: 10 ai riots (disordini, sommosse), quelli gli hanno rispondono: “Sì, e allora?”.

La ribellione di questi mesi si è insomma rinsaldata con inquietudini covate per anni. Si è interconnessa col resto d’Europa in crisi. È sulla capacità di quest’area di restare “amalgama” senza perdere la spina dorsale, di restare nelle assemblee senza perdere di vista la complessità della sfida, che si giocherà la partita dei prossimi mesi.

di Paolo Mossetti, scrittore e giornalista, nato a Napoli nel 1983, tra i fondatori dei gruppi attivisti Il Richiamo e Through Europe. Vive a Londra.