Politica

Storace all’Angelo Azzurro

I miserevoli effetti della riduzione a poltiglia di ogni identità politica, avvenuta in questi decenni, erano stampati sul volto da vecchio fascistone di Francesco Storace, l’altra sera ad Annozero. Insieme all’evidente imbarazzo di essere precettato a correre in difesa del massimo esponente di quelle “cricche plutocratiche/massoniche” – Silvio Berlusconi (riccone e piduista) – contro cui, in altri tempi, la buonanima del Duce si scagliava dalla finestra di piazza Venezia. Insomma, la propria biografia gettata alle ortiche, a fronte della presumibile promessa di un posticino al caldo nelle prossime elezioni; gli ideali della propria giovinezza finiti nella pattumiera di una maturità messa all’incanto.

Davvero un brutto spettacolo. Per quanto le convinzioni di Storace risultino ripugnanti all’orecchio di un vecchio liberaldemocratico, critico e di sinistra quale il sottoscritto, la loro svendita crea ancora maggiore imbarazzo, misto a ribrezzo. Come innanzi a qualunque forma di violenza, fisica o morale che sia. A maggior ragione se subita di buon grado, consenzientemente.

Sono questi i momenti in cui si comprende appieno quanto la dignità della persona sia condizione precaria, perennemente sotto minaccia, sempre a rischio di precipitare nel ridicolo orripilante della mutazione che trasforma l’essere umano in marionetta, costretta a muoversi secondo i capricci di chi tiene in mano i fili.

La stessa pietà inorridita che si provava alla vista del rispettabile professor Rath, nel film di Josef Von Stembreg “L’Angelo Azzurro” (1930), ridotto a fare il pagliaccio da palcoscenico pur di assecondare la ballerina Lola Lola di cui si era perdutamente incapricciato.

Ma se allora la seduzione si incarnava nelle forme ineguagliabili di Marlene Dietrich, oggi la corruzione, operata dall’assai meno attraente Papi Papi Berlusconi, utilizza argomenti di livello infinitamente più basso: la soddisfazione della vanità e la promessa di facili arricchimenti. In qualche caso ancora, la possibilità di consumare vendette a lungo covate.

Questo avviene per due ragioni convergenti: la smascherata consistenza di pan cotto della spina dorsale in buona parte del personale politico, preesistente all’entrata in campo del Grande Corruttore o da lui ingaggiato; la flebile resistenza che i princìpi del civismo democratico hanno opposto all’irruzione sulla scena pubblica delle pulsioni devastanti proprie di una cultura da sottoproletariato famelico.

Oggi – ormai – la tavola dei criteri imperanti nella nostra società è quella dell’arricchito, per cui tutto ha un prezzo e nulla un valore; per cui apparire a qualunque costo e non importa come diventa la via maestra al prestigio.

Sconfortante constatare come buona parte dei ceti dirigenti ne siano stati contagiati, nell’esibizione delle macchine blu con autista, nelle pratiche cafone che diventano stile, nel machiavellismo da quattro soldi per cui ciò che conta è il tornaconto. Sicché un Luca Barbareschi invece di andare a nascondersi per la vergogna del suo zigzagare opportunistico può pure fare il sornione soddisfatto.

Vanità, il peccato preferito dal diavolo…

A tutto questo va assommandosi quell’ansia possessiva che ha stracciato antiche forme di decoro. Difatti la mammina odierna rimprovera alla figlia, andata in quel di Arcore senza sottoporsi al rito tribale del bunga bunga, di “aver perso un’occasione”…

Avidità, il sintomo di un mondo inselvatichito.

Con una terza tentazione diabolica, che si intreccia nel degrado morale: il risentimento.

Giorni fa ho incontrato un vecchio cattolico reazionario molto noto nella mia città, formatosi nei meandri fangosi del neofascismo underground e che poi si è ripulito nei laboratori teologici anticoncilari del Cardinale Siri. Ovviamente, uno spregiatore del revisionismo (maldestro) di Gianfranco Fini.

Gli chiedo come riesca a conciliare il suo misticismo antimaterialista da estrema destra alla Julius Evola con il neopaganesimo edonistico berlusconiano; l’opposto di quanto ha sempre sbandierato e che adesso mostra di apprezzare senza riserve né ritegno. Mi risponde gongolando: «quello che conta è che vi bastona, voi di sinistra». Soddisfazione, dopo anni di umiliante marginalità, che fa chiudere entrambi gli occhi su questioni che sembravano irrinunciabili, almeno per tipi come questi: la sacralità della famiglia, la morigeratezza, la mercificazione della vita… E così via.

Del resto non ci sono vescovi che sdrammatizzano perfino le bestemmie? Non ci sono gli Storace che anelano alla cooptazione da parte delle cricche “pluto-masso”? Non ci sono madri che metterebbero all’asta i corpi (e dunque le anime) delle figlie per un futuro da velina sculettante?

Questo per dire che siamo in piena fiera della miserabilità. Anche se il diffondersi di tali comportamenti ci ha reso sempre di più acquiescenti, davanti a quella che si è imposta come “normalità” di nuovo conio.

Solo un forte vento di indignazione potrà spazzare via l’aria putrida e stagnante che siamo costretti a respirare, che ci inquina la mente e il cuore prima ancora dei polmoni.

Ieri gli studenti e i metalmeccanici, ora il milione di donne scese in piazza, hanno dimostrato che indignarsi è possibile, doveroso. Quando questo nobile sentimento, che animò il meglio dell’Italia, da Salvemini a Gobetti, da Ernesto Rossi a Calamandrei, riuscirà a diventare (re)azione politica?