Politica

Berlusconi vuole “quota 325” alla Camera<br>Riprende la campagna acquisti. E parte da Fli

Il senatore Pontone vicino all'addio dal gruppo finiano, che ora rischia di chiudere i battenti. A Montecitorio Rosso verso il ritorno al Pdl. Ecco la "seconda ondata" di transfughi pronti a tornare nella corte del Cavaliere

“Nel giro di poche settimane la maggioranza alla Camera arriverà a quota 325”. Silvio Berlusconi lo ha annunciato lunedì mattina intervenendo telefonicamente a Mattino 5. E ieri, in conferenza stampa ha ribadito il concetto: ha rifiutato le domande sul caso Ruby, ma non ha mancato di rassicurare sulla solidità crescente del gruppo favorevole al governo a Montecitorio. La richiesta di numeri “tranquillizzanti” è partita dalla Lega Nord, preoccupata per le sorti del federalismo. C’è poi una riforma della giustizia da blindare, nel tentativo di arginare le sue vicende giudiziarie. Berlusconi vuole i numeri per approvare il processo breve. E vuole “tutelarsi” per un eventuale voto contro l’inchiesta di Milano.

Detto fatto. Il premier ha deciso di far ripartire la campagna acquisti di parlamentari, che già gli aveva permesso di salvare in corner l’esecutivo il 14 dicembre scorso. All’epoca furono gli Idv Razzi e Scilipoti, l’ex Pd Calearo, i finiani (poi confluiti nei Responsabili) Moffa e Polidori. Ora siamo alla seconda ondata. C’è chi si proclama con orgoglio “trasformista”, chi si rimangia campagne e fiumi di inchiostro sulle nefandezze della “mignottocrazia”. E poi c’è un partito, quello del presidente della Camera, che si sta squagliando. Anche a causa delle scelte “antiberlusconiane” del suo leader Gianfranco Fini, che oggi ha denunciato lo strapotere economico dell’ex alleato. Per ora la diaspora sta avvenendo al Senato, ma è di tutta evidenza che le turbolenze interne esistano, eccome, anche a Montecitorio. Tutti punti in più per il Cavaliere che sta ritrovando una maggioranza motivata, se non da convinzioni ideologiche, almeno dalla convenienza (personale e politica) di non andare al voto.

FLI ALLO SBANDO – Sono passate solo 24 ore dall’addio del senatore Giuseppe Menardi: “La mia esperienza all’interno di Fli è finita”. E oggi nuove defezioni sembrano compromettere seriamente la sopravvivenza del gruppo di Futuro e Libertà a palazzo Madama. I senatori Franco Pontone e Maurizio Saia sono infatti pronti a lasciare il gruppo di Fli, che ora rischia sempre di più di chiudere i battenti. L’ex amministratore di An Pontone, a quanto si apprende da fonti della maggioranza, non solo sta per formalizzare il suo addio al gruppo nel giro di poche ore, ma ha anche deciso di tornare al gruppo del Popolo della libertà. Critico verso la linea imposta a Futuro e libertà da Gianfranco Fini è anche Maurizio Saia. “Si sono sminuite le porzioni del partito non moderate. Fli, finché non si va al voto, non esiste. Esiste perché ci sono dei parlamentari che hanno messo in gioco la loro faccia e se vogliamo, chi ha lasciato il governo, anche le loro sedie. Finché non c’è questa prova sul territorio elettorale credo che la prima preoccupazione di chi governa il partito dovrebbe essere quella di tenere tutti i pezzi insieme”. Non è finita. Fli al Senato rischia di perdere anche Mario Baldassarri: “Sono in profonda riflessione”. Le vicende di Pontone, Saia e Menardi non riguardano la “quota 325” che si è posto il Cavaliere per l’altro ramo del Parlamento. Ma sono segnali chiari. Tanto che è iniziato il pressing dei vertici Pdl sul deputato Roberto Rosso, tra i più corteggiati. Rosso non vede di buon occhio la piega antiberlusconiana presa da Fli all’ultima assembla costituente e, riferiscono fonti parlamentari della maggioranza, dovrebbe avere contatti con Gianfranco Fini e con il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini.

“IL TRASFORMISTA” – Alla Camera, se escludiamo il caso Rosso e quelli di Silvano Moffa e Katia Polidori (i primi due finiani a risultare decisivi, il 14 dicembre scorso, per la sopravvivenza del governo), la vicenda più recente di “trasformismo” alla Camera è quella di Luca Barbareschi, attore protagonista e regista proprio di un film intitolato “Il trasformista”. Fino a pochi mesi fa era un finiano di ferro. Ora invece è tentato da Berlusconi. Un dialogo che potrebbe essere necessario anche per promuovere alcune fiction della sua casa di produzione da vendere alla Rai. Lui nega: “Non ho bisogno della politica per lavorare”. Però, al momento di votare per autorizzare la perquisizione degli uffici di Berlusconi per il caso Ruby, Barbareschi ha tenuto tutti sulle spine: “Si è sbagliato e poi spontaneamente e andato ai banchi della presidenza per verbalizzare il suo voto contrario come il resto del gruppo” dichiarò Fabio Granata subito dopo il voto, quando Barbareschi si astenne, contrariamente al gruppo. Ma Granata fece un commento ben più sibillino: “In questi giorni tristi per la Repubblica, l’unica cosa divertente è la strategia di comunicazione di Barbareschi, che non è nei binari di una mente normale. Per me ci sta prendendo tutti in giro“. Insomma, qualcuno sospetta che Barbareschi con questo gesto abbia voluto ingraziarsi il Pdl tenendo ancor più sulle spine Fini. Ma “agli atti”, soprattutto, resta l’incontro ad Arcore poche ore prima di quel voto.

MIGNOTTOCRAZIA DI RITORNOPaolo Guzzanti, ex senatore di Forza Italia, ex editorialista del Giornale era il deputato Pdl che, abbandonando il Cavaliere, aveva inventato il termine “mignottocrazia” per indicare il meccanismo di reclutamento delle donne nel partito. Ma ora torna all’ovile e annuncia il suo appoggio al governo. Con queste motivazioni: “Non ho cambiato idea, ma non ho alternativa. Fallito il Terzo polo, la priorità è scongiurare le elezioni anticipate per preparare il dopo. Nessuno sconto, nessun ripensamento”, continua Guzzanti.