Politica

Valter, don’t care, please

Stupefacente su la Repubblica. Nella sua lenzuolata domenicale Eugenio Scalfari, l’ultimo “direttore di giornale leader di un partito” del dopoguerra, ha benedetto il ritorno in campo di Veltroni reduce dal discorso di sabato al Lingotto.

Dice lui: finalmente “ritorna in scena” un leader, non solo del Pd ma anche dell’opposizione a Berlusconi.

Valter Veltroni, quello che “se ne voleva fare carico”: I care, fu lo slogan nella prima delle sue ricorrenti incoronazioni a capo supremo. E come se ne è fatto carico l’abbiamo visto tutti, il Martin Luther King di Trastevere. Quello che dopo l’esperienza in Campidoglio, quale sindaco di Roma, avrebbe dovuto ripercorrere i sentieri del dottor Schweitzer in Africa, magari nel lazzaretto di Lambaréné, a curare i malati del continente nero. Che ora ritroviamo, inquartato, con tanto di pappagorgia e fronte spelacchiata sempre dalle nostre parti a fare il Franklin Delano Roosevelt de noantri (“uscire dal ‘900”, ci mancava dicesse “paura di avere paura”), in quell’auditorium torinese da dove sono partite le sue precedenti avventure; e che gli porta pure un po’ di sfiga. Dove ha ripetuto le solite gag americaniste/giovaniliste. E cosa voglia dire per lui americanismo/giovanilismo ce l’ha indicato chiaramente identificando la modernità in Sergio Marchionne, i cui uffici sono a un passo dalla sala del Lingotto, e schierandosi apertamente contro la Fiom.

Eppure Scalfari individua in lui il risolutore “carismatico” della crisi del primo partito di opposizione, ormai parcheggiato – secondo attendibili proiezioni – al 24 per cento dei consensi. I motivi che spingono a tanto il venerabile “opinion-maker-capo-partito” non sono noti. Come si dice dalle mie parti. “avrà la sua convenienza”. Quanto risulta certo è che pensare Veltroni come oppositore duro e puro di Silvio Berlusconi vuol dire sognare a la diggiuna (copy della mia vecchia balia). Non è bastata l’esperienza delle ultime politiche, con la sua farsa autolesionistica del non chiamare per nome l’avversario (il capo delle schieramento opposto…); della “vocazione maggioritaria” mentre così si segavano i timidi tentativi di autonomizzarsi degli oppositori interni allo schieramento di destra Fini e Casini?

Un bel regalo, all’epoca, per la ripresa del controllo della situazione da parte di Berlusconi e successivo trionfo annunciato. Con cui il presunto oppositore Veltroni fa affari sottobanco da tempo immemorabile. Da quando – responsabile della comunicazione del Pci d’allora – avallò la costituzione del duopolio Rai-Mediaset in cambio del contentino TeleKabul (RAI 3).

Sicché, quanto non capiscono Scalfari e gli stessi boss del Pd è che la rianimazione di questo ectoplasma di partito non la si ottiene con il rimescolamento delle solite carte; quando l’elettorato potenziale è arcistufo dell’intero mazzo, non ci sta più a farsi menare per il naso. In altre parole, la ragione della crisi di credibilità riguarda l’intero manico. A partire dal Pierluigi-COOP-Emiliane-Bersani e le sue vaghezze sulla piccola impresa, per proseguire con il re-Mida-alla-rovescia Massimo D’Alema e i suoi cinismi da arrampicatore sociale, arrivando al nipote d’arte Enrico Letta e ai suoi modi da chierichetto e concludendo con un rispettoso pensiero rivolto alle signore politicanti della compagine e il loro insopportabile birignao da nomenklatura; dalla Finocchiaro Anna alla Pinotti Roberta passando per la Turco Livia.

Una fauna umana in lotta per la sopravvivenza a cui da tempo è scaduta la patente di rappresentanti del popolo (e che restano in pista solo perché la corporazione partitica ha bloccato tutti i canali del ricambio, mica solo con il Porcellum).

Tutti furboni/furbone che hanno favorito la crescita di una nuova generazione di furbetti del partitino altrettanto indigesti: il pallore smunto del responsabile giustizia dei democratici Andrea Orlando, quello che ragiona ancora da piccolo funzionario di partito in quel di La Spezia e vorrebbe conquistare consensi della gens berlusconiana grazie al marchingegno astuto di attaccare pure lui i giudici; o il rottamatore molle, con ciuffo e basetta alla Little Tony, Matteo Renzi sindaco di Firenze, che fa lo spregiudicato andando a colazione nella villa di Arcore.

Insomma, il tempo è scaduto. Se rottamazione ci deve essere che sia in blocco. E se il Veltroni ritorna con la menata dell’I care, la risposta che già si sente risuonare nell’aria è please, don’t care Uolter.

PS. Molti amici che navigano tra queste note, mi rimproverano un di più di analisi e un vuoto di proposta. Potrei rispondere che io faccio il commentatore critico della politica e che spetta ai politici di professione indicarci la via. Ma non è questo il mio pensiero: da tempo dubito nella possibilità di “vittorie in tre mosse”. Il livello di degrado del Paese non si risolve con trovate e “uomini della provvidenza”. Ci vorranno anni di lungo lavoro per ricostituire una civiltà democratica in stato di animazione sospesa. E l’unico servizio oggi possibile è quello della critica e della testimonianza di valori. Per rappezzare nel tempo un abito morale liso e strappato, per riavere gruppi dirigenti che meritino con i propri comportamenti reali la nostra fiducia e il nostro apprezzamento. Mi spiace, ma io la penso così. Amaramente.