Politica

Il Pd in fuga dalle piazze democratiche

Perché il più grosso partito dell’opposizione politica evita sdegnosamente una piazza in cui uomini e donne, lavoratori e disoccupati, giovani e vecchi, esprimevano a gran voce le ragioni dell’opposizione sociale al senescente governo di Silvio Berlusconi? Perché i dirigenti del Partito democratico tradiscono evidente fastidio nei confronti dell’appuntamento democratico romano, indetto dalla Fiom sabato scorso, che si è tradotto nello straordinario successo di manifestanti a centinaia di migliaia che marciavano pacificamente per lo stesso obiettivo prioritario strombazzato da quello stesso partito (avviare un nuovo corso politico)?

Errore clamoroso? No, semplicemente una necessità vitale per quei dirigenti.

Ma la spiegazione dell’apparente inspiegabilità non va ricercata in ipotetiche ragioni politiche, quanto – semmai – altrove: nelle biografie, nella cultura, nella struttura delle personalità. Quindi, materia più adatta alla scienza dei comportamenti animali (etologia) che non alla politologia. Visto che in ballo ci sono fenomeni su cui si esercita l’osservazione etologica: dall’istinto di sopravvivenza alla demarcazione dei propri confini (magari irrorandoli di pipì).

La tesi è semplicissima: quei dirigenti si tengono lontano dal calor bianco sprigionato dai movimenti in quanto mette a repentaglio il loro habitat vitale.

A riprova si prega di considerare le biografie, magari il cursus honorum, di tali personaggi; cresciuti nelle opache penombre dei corridoi di partito, in cui hanno appreso le uniche arti in cui paiono ferrati: la manovra di vertice e lo scambio negoziale. Con un di più: sono stati selezionati in base a criteri omologanti per cui “si sale per cooptazione e si scende per apostasia”.

Una straordinaria scuola di conformismo e di verticismo.

In base a siffatta selezione, sono tre le specie che si aggirano in quella sorta di zoo che continuiamo a chiamare “Partito democratico”:

A. Le faine, piccole predatrici che si nutrono di polli e si ritengono astutissime. Generalmente finiscono nelle trappole che magari loro stesse avevano predisposto (in politica, “Bicamerale”). Innocue anche per i cacciatori che vorrebbero aggirare (Silvio Berlusconi?), continuano a far fremere le vibrisse (i baffetti alla Massimo D’Alema) lasciando intendere capacità di annusamento che i fatti si premurano di smentire sistematicamente. La loro vera forza è quella di essere referenti storici di una media nomenklatura, sopravvissuta a tutte le giravolte dell’ex PCI, cui garantiscono impieghi spesso di sopravvivenza.

B. I cani da pagliaio, guardiani della fattoria ormai deserta per le ricorrenti fughe degli abitanti, abbaiano alla luna (e lo chiamano “fare opposizione”) senza intimidire nessuno. Si fanno apprezzare dal fattore per la loro costante obbedienza, come nel caso di Pier Luigi Bersani nei riguardi delle COOP emiliane (difatti, nell’estate dei furbetti del quartierino, fu l’unico a prendere le difese dell’indifendibile Governatore di Bankitalia Antonio Fazio, che favoriva operazioni in cui era coinvolto Giovanni Consorte; boss di Unipol, la compagnia assicurativa bolognese che fa capo alle Cooperative Rosse).

C. I camaleonti, sempre pronti a cambiare pelle e a mimetizzarsi. Quelli di una certa età (tipo Valter Veltroni) vorrebbero farti credere che sono in viaggio per il continente africano e poi li ritrovi a far danni avvolgendosi nelle spire del buonismo autolesionista. I più giovani, riconoscibili per il pallore malsano di chi evita la luce del giorno e la vita all’aria aperta, si segnalano nella straordinaria metamorfosi – appunto, camaleontica – di apparire ottuagenari già a trent’anni.

Sicché, tipologie umane che possono sopravvivere solo negli ambiti protetti e perimetrati della politica di Palazzo; anche se magari quel Palazzo è saldamente presidiato dalle orde berlusconiche. Tanto da indurre l’idea che – tutto sommato – la dittatura soft del peronista di Arcore sia per loro la migliore garanzia contro il rischio di estinzione. Mentre, se quei metalmeccanici di cui si erano dimenticati entrano a piedi uniti nel gioco politicante, se si spalancano finestre ed entrano i venti dell’esistenza reale e relativi problemi concreti, allora i presunti leader democratici si rivelano drammaticamente inabili a muoversi nella situazione imprevista. Anche perché – tra l’altro – erano convinti che, in questa fase storica, la finanza di rapina avesse vinto la partita. Per questo si erano posizionati nel campo dei presunti vincitori, innalzando il vessillo del Neoliberismo.

La chiamavano “Terza Via”, eleggendo Tony Blair a proprio profeta. E abbiamo visto come è andata a finire l’avventura blairiana, con annessi disastri iracheni ed afgani. Anche perché l’habitat sta cambiando rapidamente. Quanto ci testimonia quella certa piazza romana popolata di donne e uomini che non intendono più farsi menare per il naso. E nel cambiamento le faine, i cani da pagliaio come i camaleonti diventano anacronistici, giurassici. Destinati a scomparire come i dinosauri.