Società

Occorre una rivolta lessicale

Non c’è soltanto lo smog. Esiste anche l’inquinamento delle parole. “Chi parla male, pensa male”, diceva Nanni Moretti. Vero, quanto è vero. Una frase che mi è tornata in mente tante volte negli ultimi mesi ogni volta che sentivo ripetere quelle due parole: buonismo e giustizialismo. Non le sopporto.

Non so che cosa ne pensiate voi (ditemelo), a me sembra che questa alluvione di “ismi” rifletta uno stato d’animo profondo. Un tentativo lucido, violento perfino, di distorcere due modi di sentire preziosi fino a immiserirli. Rendendoli innoffensivi. Depotenziandoli, insomma, della loro forza dirompente.

Quasi una strategia politico-lessicale che tenta di anestetizzare la nostra sensibilità.

Così l’eccezione e gli eccessi (il giustizialismo) vengono contrabbandati per la regola, e la norma (il desiderio di giustizia) è violentata, cancellata. La “bontà” assume un valore “ideologico”, un profumo di incenso e catechismo. Meglio aggiungere quel suffisso “–ismo” e svuotare la sostanza, puntare il dito sull’apparenza che può essere additata come forma di esaltazione o ipocrisia. Una tecnica quasi “mafiosa”: bollare così una persona, un’azione, così nelle orecchie di chi ascolta rimane l’eco dell’-ismo, il venticello leggero della calunnia.

No, gli uomini e le donne “giusti” esistono. Ci sono i “buoni”.

Rosario Livatino e Giorgio Ambrosoli con la loro sete di giustizia non erano giustizialisti, ma uomini giusti. Sarebbe troppo comodo, però, ricorrere soltanto ai morti. Pensiamo all’Italia di oggi. Alle persone che conosciamo. Una delle fortune di noi giornalisti è proprio questa: incontriamo centinaia di persone. Quanti uomini giusti ho avuto la sorte di incontrare… Leggevo ancora ieri sera la sofferta e appassionata biografia del magistrato Armando Spataro. Il racconto di quando, poco più che trentenne, si trovò a sostenere l’accusa nei processi di terrorismo, rischiando – lui giovane marito e padre – la propria vita. Spataro è il magistrato che si è battuto per il rispetto della legge anche da parte di governi e agenti segreti nel processo per il sequesto di Abu Omar. Un giustizialista? No, secondo me una persona giusta.

Non uomini perfetti. Non santi. Persone con le loro debolezze, capaci anche di errori, che però vedono nella giustizia – una parola che poi ne comprende tante altre, come uguaglianza – uno dei pochi criteri che possano guidarci nella vita individuale e sociale.

Oppure don Gino Rigoldi, il sacerdote milanese protagonista di tante battaglie per gli ultimi, anche quando vestono i panni scomodi di clandestini e rom. Non liquidiamo le sue scelte scomode, assolute (magari per qualcuno discutibili) riportandole nel mare del relativismo in cui ci siamo abituati a nuotare. Don Gino non è buonista, è buono.

Volti e nomi noti. Ma quante persone sconosciute e a noi vicine potremmo definire giuste e buone. Ancora tante.

Eppure queste due parole sono state distorte fino a designare delle caricature. Troppo scomode per chi guida questo Paese, nella politica, nell’economia o nel giornalismo. Uomini che temono forse di trovare un’alternativa al proprio modo di vedere il mondo. Che sperano di poter applicare lo stesso relativismo alla definizione del bene e del male. Ma se individuiamo la giustizia, potremo indicare con la stessa chiarezza la disonestà e la spregiudicatezza. L’ingiustizia, insomma.

Parole scomode, però, anche per noi persone comuni. Giustizia, bontà: concetti impegnativi che ci costringono a un esame di coscienza, a un confronto in fondo con noi stessi.

Difficile cambiare, ma forse si può cominciare dalle parole, poi verranno i pensieri: aboliamo il giustizialismo e il buonismo. Tutti insieme.