Cinema

Il mago Silvio e il cinema italiano

Nessun premio ai film italiani presentati a Venezia. Gabriele Salvatores, ieri, “I film italiani all’estero spesso non li capiscono” Mario Martone, oggi, “Sbagliato, il cinema italiano è più complesso e va difeso”. I due registi, 60 anni il primo, 50 il secondo, hanno le loro rispettabili opinioni. Il primo, grazie all’Oscar, è entrato nella sfera degli intoccabili. Il secondo, diviso tra cinema e teatro, ha un percorso più sofisticato, ma probabilmente crede, o spera, di vivere in un paese che purtroppo non esiste. Come se fossimo nella Germania che ha prodotto negli ultimi anni film sul terrorismo spettacolari senza un’ombra di polemica o ricostruzioni storiche del passato recente, finanziate dalla Tv pubblica. Qui in Italia, ricordo un’ovvietà ma poi sui libri di storia sono le cose che resteranno, siamo in un momento in cui il paese continua a sostenere un premier-illusionista che abbacina tutti, giornalisti compresi, o a rinunciare al voto, (non dimentichiamo che per Berlusconi vota “solo” un italiano su 3), quando non a darsi alla macchia, rinunciando non solo all’impegno, ma alla socialità, all’interazione con le strutture di potere dominanti. Se fossimo nel 1936, forse l’unico argomento valido per un film sarebbe il fascismo e le trasformazioni degli italiani rappresentati da quel regime, ma naturalmente sarebbe stato impossibile produrre un film su quell’argomento. Molto più semplice, e in Italia la tradizione ci ha fornito tanti esempi simili, cercare un periodo storico in cui “nascondere” riflessioni sul presente. Operazione nobile, ma che non ci esime dalla domanda: di cosa parlano la maggior parte dei film italiani di oggi? A chi parlano? D’altra parte, se oggi proponi un film che abbia direttamente dentro non dico Berlusconi, ma un ritratto negativo della vita politica italiana, in Rai o a Mediaset ti ridono dietro, “non è il momento, bisogna ridare fiducia alla gente, non è il caso di intristire le persone già scosse dalla crisi economica.” Se gli anni ’30 in America produssero grandi capolavori letterari e cinematografici improntati al realismo, in Italia si facevano ritratti edificanti del paese o film d’evasione, telefoni bianchi e così via, e il cinema cominciò veramente solo dopo la fine del regime.

L’Italia non ha più una memoria condivisa, e questo ha fatto sì che in Tv fosse impossibile realizzare fiction al di là del fotoromanzo che affrontassero il fascismo, il terrorismo, Tangentopoli, la stagione delle stragi (basta parlare con gli sceneggiatori di tutte le fiction di mafia per conoscere la loro insoddisfazione e frustrazione rispetto ai vincoli loro imposti). Niente realtà per favore, a meno che non sottostia alle leggi delle soap-opera! (e allora ci sta dentro tutto, dall’immigrazione all’omosessualità) Ma i produttori oggi che dovrebbero fare? Andare all’estero a cercare fondi, oppure sperare in momenti improvvisi di libertà. Oppure auto prodursi, e girare film a basso costo (“Draquila”). Un film come “Il Divo” su Giulio Andreotti fu possibile solo grazie al governo Prodi. Paolo Sorrentino girò a Montecitorio solo perché Bertinotti era presidente della Camera. Una delle poche cose buone che ha fatto in epoca recente. Insomma, non vedremo mai in chiaro un film come “Draquila”. Sky poi non ha ancora deciso cosa fare da grande, mentre, visto i fondi a disposizione, potrebbe proporsi come unico produttore in grado di giocare a 360° nello scacchiere culturale italiano di fascia alta, visto che La7 ci sta riuscendo ma solo nei prodotti giornalistici, a basso costo ma ad alta qualità intellettuale.
Tutto quello che riguarda il cinema, la fiction e la narrazione di storie inventate, insomma il mondo della fantasia che si nutre della realtà contemporanea, è ostaggio del Mago Silvio.

Certo, si possono fare dei filmetti autoprodotti molto radicali, ma appena si deve mettere mano al portafoglio o a un obiettivo di ascolto più largo dei soliti circoli alternativi, apriti cielo. Non parlo solo di politica. Il problema è più ampio, e ci fa scoprire un’Italia ferma allo Strapaese, alla Provincia che non viene mai abolita, alla soap-opera come unico genere vincente.  Nell’ultima puntata della straordinaria serie americana Mad Men, ambientata negli anni ’60, una bambina di 10 anni si masturba guardando il primo piano di un agente segreto protagonista di un serial televisivo. Ed’è semplicemente una scena di grande realismo psicologico, senza nessuna morbosità. Chi potrebbe approvare una fiction con una scena del genere in Italia?